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mercoledì 26 dicembre 2018

La partita di Natale: quando il calcio sconfisse la guerra

Il 25 dicembre 1914 i soldati inglesi e tedeschi si incontrarono nella Terra di Nessuno per festeggiare insieme il Natale: ne nacque una partita di calcio. Senza regole. 

Alle primi luci dell’alba del 25 Dicembre 1914 Bruce Bairnsfather si svegliò. Si trovava in una località nelle Fiandre, di cui non riusciva mai a ricordare il nome esatto. La sua divisa era ormai un blocco di ghiaccio che gli opprimeva gambe e polmoni. Dovette impegnarsi con quelle poche energie che ancora conservava per non lasciarsi vincere dal freddo. Quando si fu alzato, sfinito, sempre attento a non far spuntare la testa oltre la trincea, fu il naso ad accorgersi per primo che quello sarebbe stato un giorno speciale. Bruce fiutò l’aria e, per la prima volta da settimane, la sentì pulita. Il tanfo insopportabile di putrefazione era sparito. Anche le orecchie, allora, si fecero attente e il giovane capitano inglese di un'unità del Royal Warwickshire Regiment finalmente non sentì nulla. Nessun grido di terrore, nessun fischio di proiettile, nessuna esplosione, nessuna mitragliatrice incessante. 

Bruce rimase immobile, confrontando la sua incredulità con quella degli altri uomini intorno a lui. Tutti lo guardavano, aspettando un suo segnale o almeno la rassicurazione che non fossero impazziti. Bruce scorgeva nei loro occhi la paura che quel silenzio e quel lindore fossero delle allucinazioni nate nelle loro teste per combattere la paura. Il capitano sapeva di dovere una risposta a suoi uomini, sapeva di doverli confortare, lui, più giovane di tanti altri, perché non si sentissero ancor più abbandonati. 

I soldati inglesi non potevano credere a quello che vedevano 

Afferrò il caschetto, lo poggiò sulla sua testa e, senza aggiungere niente che non avesse già fatto intendere con il suo sguardo, si voltò e sollevò gli occhi oltre la trincea. Per un istante, si sentì perso nell’oblio. Credette davvero di essere vittima di un miraggio, che forse anche il freddo poteva dare alla testa come il caldo, congelare le sinapsi e catapultare le persone nel mondo dell’impossibile. Perché esattamente lì credeva di essere il capitano Bruce, nell’impossibile. 

La Terra di Nessuno, così come avevano ribattezzato quella striscia di 50 metri che li divideva dalla trincea nemica dei tedeschi, era sgombra. I cadaveri che fino alla sera prima giacevano senza nessuna sepoltura non c’erano più. Dall’altro lato del fronte, sul bordo dei fossati in cui i soldati della Germania si nascondevano ormai da settimane, iniziarono ad apparire, una alla volta, delle fioche fiammelle, che in quella mattina senza sole e senza vento iniziarono a brillare irradiando l’aria. Prima una, poi un'altra, poi ancora molte, tutte insieme. I tedeschi continuarono ad accendere candele, e alcuni raggiunsero addirittura gli alberi intorno per addobbarli. Poi, una voce forte e scura intonò una melodia e subito molte altre la seguirono, dando vita a un coro che Bruce non avrebbe mai dimenticato. 

I tedeschi cantavano una canzone di Natale. 

Il capitano non dovette neanche voltarsi verso i suoi uomini, che erano giù tutti in piedi intorno a lui, senza elmetto, senza armi. Tutti, senza provare né il dovere né il bisogno di chiederne il permesso, risposero insieme a quel canto. Le due truppe nemiche intonarono la stessa melodia, quella Stille Nacht che nella versione inglese suona come Silent Night. 

I soldati inglesi e tedeschi uscirono dalle trincee, riversandosi nella Terra di Nessuno 

Per diversi minuti, che a Bruce sembrarono delle ore, i due fronti furono uniti da quel coro comune che, incessante, continuava a festeggiare il Natale in un luogo e in un momento in cui nessuno avrebbe mai sperato di trovare un calore come quello che si può provare nella propria casa. Fu proprio per questo che, dall’una e dall’altra parte, vennero gridate a squarciagola promesse di pace: nessuno voleva più sparare. Ancora intimoriti, ma spinti dalla fiducia, uno alla volta i soldati, inglesi e tedeschi, uscirono dalle loro trincee e mossero i primi passi nella Terra di Nessuno, gli uni verso gli altri. Si vennero incontro e a metà strada, si trovarono e si riconobbero, non più come rivali, non più come nemici da combattere, ma come simili con l’unico comune desiderio di trascorrere un Natale normale. Gli uomini, non più soldati, si abbracciarono anche se non si erano mai visti prima, se non nascosti dal fumo di un’esplosione o nel mirino di un fucile. Si promisero ancora di non fronteggiarsi e tutti si scambiarono regali con chi avevano affianco. Fotografie o sigarette, sorsi di rum e whiskey, addirittura bottoni della divisa: tutti erano pronti a offrire qualcosa al nuovo compagno. Per la prima volta, in quella landa gelata riecheggiò un suono che nessuno di loro sentiva da ormai troppo tempo: una grassa e fragorosa risata che contagiò tutti i presenti, aldilà del colore delle divisa. 

Fu proprio durante questi festeggiamenti che qualcuno calciò dal fondo della trincea inglese un pallone di stracci. Quello strano oggetto, lontano dall’essere sferico, rimbalzò tra i commilitoni senza che nessuno ebbe inizialmente il coraggio di toccarlo. Tutti lo fissavano, restando immobili, aspettando che il piede di chi avevano affianco si muovesse per primo, incapace di resistere alla tentazione di giocare. Gli occhi si sfidarono, le labbra si piegarono al sorriso, e bastò che un grosso tedesco più ubriaco degli altri colpisse di punta la palla scagliandola lontana, per iniziare l’inseguimento. Tutti corsero dietro a quel pallone di stracci, urlando di gioia come non facevano da quando erano bambini. Non ci furono squadre, né porte o limiti del campo, né tanto meno arbitri o regole: si poteva correre ovunque, tirare, calciare e inseguire la palla fino allo sfinimento. Spontaneamente gli uomini si schierarono con chi aveva la divisa dello stesso colore, ma due masse informi di giocatori, l’una da 50 titolari in campo e l’altra da 70, non possono essere considerate propriamente delle squadre. Tedeschi e inglesi continuarono a tirare quella palla da una parte all’altra della Terra di Nessuno fino a notte fonda, e qualcuno continuò anche quando ormai quelli stracci erano completamente infradiciati. La partita finì 3-2 per i tedeschi, o almeno così scrissero alcuni soldati nei loro diari.

sabato 15 dicembre 2018

Gaetano Scirea, il libero che sapeva attaccare (da "La Gazzetta dello Sport" dd. 12.12.2018)

GAETANO SCIREA, IL LIBERO CHE SAPEVA ATTACCARE!


Gli inizi in periferia, poi Atalanta, Juventus e Nazionale: tante vittorie, zero espulsioni e neppure una squalifica Scomparso tragicamente quasi 30 anni fa rimane il simbolo di un calcio senza odio Ecco come un padre lo racconta al figlio...

Pochi giorni fa la vigilia di Fiorentina-Juventus è stata turbata da un fatto lontano anni luce dallo sport: poco fuori la zona del prefiltraggio dello stadio Franchi è comparsa una scritta: "Heysel -39, Scirea brucia all’inferno". Uno sfregio alla memoria collettiva, un colpo al cuore per chi è cresciuto negli anni di Scirea. Ecco, proprio con la storia di Gai inauguriamo una rubrica per raccontare e far conoscere campioni (ed epoche) a chi non ha avuto la fortuna di viverli. Un papà che parla al figlio partendo da una figurina: scacco matto all’ignoranza.

L'uomo si fermò proprio davanti alla porta, prima di entrare guardò e riguardò la figurina che aveva tra le mani: per anni era stata custodita nel suo cassetto come una reliquia. Fece un bel respiro e poi mise la testa dentro la stanza. "Eccomi, Matteo. Stasera non ho un libro da leggerti, ma questa". Il bimbo sgranò gli occhi, mise a fuoco la figurina e fece una faccia strana. Poi esclamò con tutta la sincerità degli 8 anni appena compiuti. "Papà, è un giocatore della Juventus… Lo sai che non sono come te, io tifo Fiorentina". L’uomo si aspettava l’obiezione: aveva la risposta. "Certo che lo so, però stanotte voglio raccontarti la storia di un giocatore speciale, un simbolo per tutti: Gaetano Scirea. Era il mio idolo quando avevo la tua età".


DESTRO, SINISTRO INSIEME — "Cosa aveva di particolare questo Scirea?", domandò il bambino prima di accucciarsi tra le coperte. "Mi chiedi chi era Gaetano? Da dove partiamo... Ecco, trovato. Un giorno lontano il piccolo Gai, come lo chiamavano, se ne stava a palleggiare contro un muro. Sai, una volta non c’erano tanti campi: un bel muro era già una fortuna. Comunque, lui aveva più o meno 9 anni ed era lì, con un panino al salame tra le mani per merenda. Destro, sinistro, un morso. Destro, sinistro, un morso. Non sbagliava un colpo. Controllava pallone e panino con la stessa naturalezza. Spettacolo per un solo spettatore, di passaggio: Gianni Crimella, allenatore della Serenissima-S. Pio X di Cinisello Balsamo, un paese vicino a Milano. Crimella gli fece posto nella sua squadra di calcio a 7, lo schierò attaccante. Gaetano sognava la 10, quella indossata da Rivera e Suarez. I poster nella sua stanza. Ma da punta segnava un sacco di gol e quindi niente 10. Passano gli anni, le reti aumentano. Così l’allenatore gli procura un provino con l’Atalanta:ingaggiato. Da quel momento il piccolo Gai prese a frequentare la corriera per andare da Cinisello a Bergamo. Sempre. Anche quando il tempo era brutto e la nebbia gli nascondeva persino il balcone di casa. Non saltava un allenamento come il papà, siciliano trasferito al nord per trovare lavoro, non mancava un turno in fabbrica, alla Pirelli. Una vita di sacrifici e di valori da trasmettere ai figli. Gai aveva un fratello, Paolo. Pure lui giocava, ma gli mancava quel qualcosa che fa la differenza. E comunque c’è voluto un braccio rotto per dare seguito a questa storia".

L’ATALANTA E IL DEBUTTO IN A — "Come un braccio rotto, papà?". "Eh, sì. Proprio rotto. Vedi, Scirea con l’Atalanta aveva cambiato ruolo: la sua classe e il suo vedere il gioco prima degli altri, lo avevano portato a centrocampo, vicino al 10 che voleva. Ma siccome sapeva adattarsi alle richieste degli allenatori, aveva accettato di andare in difesa, a fare il libero". "Libero? Che ruolo è? Non esiste…", chiese Matteo. "Oggi non esiste, ma una volta era forse il ruolo più delicato dopo il portiere. Senti come suona bene libero. Voleva dire che quel calciatore non aveva un avversario da marcare come gli altri difensori, ma doveva aiutarli, chiudere ogni spazio, essere l’ultimo baluardo. Per farlo serviva intelligenza e senso tattico. Gai li aveva. E quindi ogni tanto aveva tappato un buco. Nel settembre 1972 l’Atalanta è in A, lui ha solo 19 anni: l’allenatore Giulio Corsini lo fa esordire contro il Cagliari di Gigi Riva, il più forte attaccante italiano. E lo mette libero, accanto allo stopper Antonio Percassi (ora è diventato il presidente dell’Atalanta), perché il titolare, Giancarlo Savoia, si era rotto un braccio. Finì 0-0 e Scirea divise il premio in denaro per quel pari con Savoia che gli aveva dato dei consigli nei giorni precedenti. Savoia dopo qualche gara si riprende il posto, Gai finisce in panchina. Ma per poco. La stagione seguente, in B, non molla più il campo. E siccome nel cuore si sente ancora un numero 10, trova il modo di esserlo anche da libero". "Come faceva, papà?". "Quando la sua squadra attaccava non restava a guardarli, ma diventava lui il primo attaccante. Usciva palla al piede dalla difesa, testa alta, pronto al lancio per un compagno. Proprio come lo vedi in questa figurina. E mica si fermava qui: continuava a correre, arrivando fino all’area avversaria, per segnare. Senza paura. Al massimo la paura veniva ai suoi allenatori: non erano abituati a vedere il libero dall’altra parte del campo. Ma era impossibile fermarlo e poi non gli conveniva perché Gai faceva la differenza. La Juve se ne accorse prima degli altri: l’acquistò. E presto scopri di aver comprato non solo un grande giocatore, ma pure un grandissimo uomo. Un esempio per tutti, anche per i bambini".

LA RISSA SEDATA A FIRENZE — "Come mai?", domandò Matteo. "Perché il calcio adesso è troppo urlato, i calciatori dimenticano che sono imitati in tutto e per tutto dai più piccoli. Si fanno creste, inventano esultanze, ma poi si perdono nelle cose più banali. Scirea in carriera non è stato mai espulso e mai squalificato. Capisci, eppure giocava in difesa. Aveva un rispetto sacro degli avversari, dell’arbitro e degli spettatori. E quindi niente entrate violenti, niente proteste, niente liti, niente parole fuori posto. Una volta, proprio in un Fiorentina-Juventus, i calciatori iniziarono a spingersi dopo un brutto fallo a centrocampo. Scirea raggiunse il gruppo dei rissosi e li fece sentire ridicoli dicendogli: 'Non vi vergognate? In tribuna ci sono le nostre mogli, i nostri figli e gli altri tifosi che ci stanno guardando'. Smisero di litigare all’istante. Perché Gai parlava poco, ma quando lo faceva…". "Papà, ma Scirea ha vinto qualcosa con la Juve?". «Qualcosa? Visto che ti piacciono i numeri, eccotene qualcuno: 7 scudetti, 2 Coppa Italia, una Coppa Campioni, la vecchia Champions, poi altri due trofei ora riuniti dall’Europa League, la Coppa Uefa e la Coppa delle Coppe. E ti assicuro che allora era molto difficile conquistarli. E poi la Supercoppa Uefa e quella Intercontinentale. Insomma, ha vinto tutto quello che c’era da vincere. Non solo, con la Juve ha disputato 563 partite ufficiali, segnando 24 gol in A. E ha trionfato sempre alla sua maniera, da libero in tutti i sensi. Anche se all’inizio della carriera chiedeva il permesso". Matteo s’incuriosì: "Il permesso a chi? Perché lo faceva?". "Era fatto così. E poi nella Juve c’era Dino Zoff, quel portiere che ti ho fatto vedere una volta in tv. Era il suo capitano, ma anche una specie di fratello maggiore. Gai, quando lasciava la difesa, temeva di procurargli qualche apprensione. E gli chiedeva il permesso. Fino a che, un giorno, Dino disse: 'Ascolta, Gaetano. Sali quando vuoi, mi fido'. Eh quei due, ad averli oggi in Nazionale. Ci hanno fatto piangere di gioia".

MONDIALE, IL DIPLOMA E... — "Quando è successo, pa’?". "Nel 1982, Mondiale in Spagna. Dicevano tutti che eravamo una squadra di bolliti. Che Bearzot, il c.t., non ci capiva nulla. Dicevano questo dopo le prime partite pareggiate, poi battiamo l’Argentina di Maradona e il Brasile di Zico, due fenomeni come oggi Messi e Ronaldo. Andiamo in finale e vinciamo 3-1 contro la Germania. Il gol di Tardelli, quello del 2-0, l’hai visto pure tu su internet. Ora rivedilo: guarda chi c’è in area…". "Quello è Scirea, vero?". "Esatto, vincevamo già 1-0, ma lui è lì a far male ai tedeschi. Prima un colpo di tacco e poi quello che oggi chiamate assist per Tardelli. Povero Tardelli: si mise a piangere come un bambino quando in tv annunciarono che Gai era morto». «Ma allora Scirea non è diventato vecchio…". "No, Matteo. Forse era un angelo caduto dal cielo. E lassù lo hanno rivoluto quando aveva solo 36 anni, il 3 settembre 1989. Anche quel giorno si era spinto lontano dalla sua area, stava in Polonia mandato dalla Juve per osservare il prossimo avversario di Coppa. Gai si era ritirato l’anno prima, faceva il vice allenatore di Zoff, il fratello maggiore. E nel 1987 aveva fatto in tempo a prendere il diploma magistrale: lo aveva promesso ai suoi genitori e a se stesso. Era fatto così. Pensa che in un’alba del 1975 non scese dalla macchina per andare a comprare i giornali che celebravano lo scudetto della Juve: davanti all’edicola c’erano gli operai del primo turno in fabbrica e a Gai non gli sembrava giusto farsi vedere vestito da festa da chi lavorava duro…". "Pa’, ma stai piangendo?". "A volte capita anche ai papà… Adesso dormi, Matteo". "Posso prima attaccare la figurina di Scirea accanto al poster di Davide Astori?". "Certo, è il posto giusto. Buonanotte, figlio mio. Buonanotte, Gai".

martedì 27 novembre 2018

INTERVISTA A GIANLUCA VIALLI


"NOI SIAMO IL PRODOTTO DEI NOSTRI PENSIERI"

26.11.2018. Intervistato dal Corriere della Sera in vista dell'uscita del suo nuovo libro “GOALS – 98 STORIE + 1 PER AFFRONTARE LE SFIDE PIU’ DIFFICILI”, l'ex attaccante di Sampdoria, Juventus e Nazionale, Gianluca Vialli, ha parlato della sua esperienza da calciatore, dando la sua visione sulle questioni giudiziarie che hanno travolto la "sua" Juventus, fino alla sconvolgente notizia della malattia, il cancro, che lo ha colpito nel corso dell'ultimo anno.

Famiglia benestante, uso del congiuntivo. E ora pubblica il secondo libro.
“Guardi che io sono cresciuto all’oratorio, come tutti. Non c’era la playstation, la tv aveva un solo canale. Sono della generazione di Carosello. E come tutti ho imparato dai preti a giocare a pallone; a patto di frequentare anche il catechismo”.
Esordio nel Pizzighettone, poi la Cremonese. Insomma, non il Real Madrid.
“La Cremonese resta la mia squadra del cuore. Da bambino però tifavo Inter. Mi voleva la Juve, ma non ero ancora pronto. Il presidente Mantovani mi spiegò il progetto della Samp. Che poteva aspettarmi. Mi cercò anche il Milan di Berlusconie il Napoli di Maradona. Perché rimasi? Ogni volta Mantovani mi chiamava in ufficio, e mi spiegava la sua missione: sfidare lo status quo, ribaltare le gerarchie del calcio. Quando uscivo mi pareva di camminare sulle acque. Ero innamorato di lui, della squadra, dell’ambiente”.
A guastare la poesia alla Juve arrivò Moggi. Com’era?
“Un dirigente che ti metteva nelle condizioni di dare il massimo; e i calciatori pesano i dirigenti da questo. Non dal mercato o dalla politica. Calciopoli? Quella Juve avrebbe potuto vincere 6 o 7 scudetti su 10, rispettando le regole. Ma poi la gola ha fatto sì che tentasse di vincerli tutti, non rispettando le regole”.
Lei fu testimone al processo per doping. La Juve fu assolta, ma venne fuori un largo uso di farmaci.
“Posso parlare per me. Avrei potuto vivere più serenamente quella vicenda, come altri colleghi. Non ce l’ho fatta. Fu un’ingiustizia. Se prendevamo la creatina? Per qualche mese. Come tutti. Lecitamente”.

C’è una storia che finora nessuno conosceva. L’esperienza della malattia. Il cancro.
“Ne avrei fatto volentieri a meno. Ma non è stato possibile. E allora l’ho considerata semplicemente una fase della mia vita che andava vissuta con coraggio e dalla quale imparare qualcosa. Sapevo che era duro e difficile doverlo dire agli altri, alla mia famiglia. Non vorresti mai far soffrire le persone che ti vogliono bene: i miei genitori, i miei fratelli e mia sorella, mia moglie Cathryn, le nostre bambine Olivia e Sofia. E ti prende come un senso di vergogna, come se quel che ti è successo fosse colpa tua. Giravo con un maglione sotto la camicia, perché gli altri non si accorgessero di nulla, per essere ancora il Vialli che conoscevano. Poi ho deciso di raccontare la mia storia e metterla nel libro”.
L’intervento, otto mesi di chemioterapia, sei settimane di radioterapia. Come sta ora?
“Bene, anzi molto bene. È passato un anno e sono tornato ad avere un fisico bestiale (Vialli ride). Ma non ho ancora la certezza di come finirà la partita. Spero che la mia storia possa servire a ispirare le persone che si trovano all’incrocio determinante della vita. E spero che il mio sia un libro da tenere sul comodino, di cui leggere una o due storie prima di addormentarsi o al mattino appena svegli. Due frasi chiave, di quelle che durante la cura mi appuntavo sui post-it gialli appesi al muro? "Se molli una volta, diventa un’abitudine" e Noi siamo il prodotto dei nostri pensieri”: l’importante non è vincere, è pensare in modo vincente. La vita è fatta per il 10 per cento di quel che ci succede e per il 90 per cento di come lo affrontiamo. Spero che la mia storia possa aiutare altri ad affrontare nel modo giusto quel che accade. Vorrei che qualcuno mi guardasse e mi dicesse: “È anche per merito tuo se non ho mollato””.

mercoledì 24 dicembre 2014

STORIE DI CALCIO – Leo, il più grande di tutti... (di Locorotondo Production)


Lo incontro negli spogliatoi del Camp Nou di Barcellona, uno stadio enorme, il terzo più grande del mondo. Dagli spalti lui è una macchiolina, incontrollabile e velocissima. Da vicino è un ragazzo mingherlino ma sodo, timidissimo, parla quasi sussurrando una cantilena argentina, il viso dolce e pulito senza un filo di barba. Lionel Messi è il più piccolo campione di calcio vivente. “La Pulga”, la pulce, è il suo soprannome. Ha la statura e il corpo di un bambino. Fu infatti da bambino, intorno ai dieci anni, che Lionel Messi smise di crescere. Le gambe degli altri si allungavano, le mani pure, la voce cambiava. E Leo restava piccolo. Qualcosa non andava e le analisi lo confermarono: l'ormone della crescita era inibito. Messi era affetto da una rara forma di nanismo. Con l'ormone della crescita, si bloccò tutto. E nascondere il problema era impossibile. Tra gli amici, nel campetto di calcio, tutti si accorgono che Lionel si è fermato: "Ero sempre il più piccolo di tutti, qualunque cosa facessi, ovunque andassi". Dicono proprio così: "Lionel si è fermato". Come se fosse rimasto indietro, da qualche parte.
Leo, nato nei sobborghi di Rosario il 24 giugno 1987, approda molto giovane sui campi di calcio della sua città natale, mostrando un talento e una velocità fuori dal comune. Gioca prima per il Grandoli, piccola scuola calcio della periferia di Rosario allenata dallo stesso padre del giovane fenomeno, e poi per i Newell's Old Boys. Anche il River Plate, squadra più blasonata d’Argentina insieme al Boca Juniors, si fa avanti per l’acquisto di Leo; i Milionarios però non sono convinti dell’esplosione futura del giovane funambolo e, vista anche la crisi economica che imperversa nel paese, decidono di non puntare sul giovane fenomeno e di non farsi carico delle spese mediche necessarie per sopperire all’insufficiente apporto di Somatotropina; l’affare sfuma.
A undici anni, un metro e quaranta scarsi, gli va larga la maglietta. Balla nei pantaloncini enormi, nelle scarpe, per quanto stretti i lacci, un po' ciabatta. È un giocatore fenomenale: però nel corpo di un bimbetto di otto anni, non di un adolescente. Proprio nell'età in cui, intravedendo un futuro, ci sarebbe da far crescere un talento, la crescita primaria, quella di braccia, busto e gambe, si arresta. Per Messi è la fine della speranza che nutre in se stesso dal suo primissimo debutto su un campo da calcio, a cinque anni. Sente che con la crescita è finita anche ogni possibilità di diventare ciò che sogna. I medici però si accorgono che il suo deficit può essere transitorio, se contrastato in tempo. L'unico modo per cercare di intervenire è una terapia a base dell'ormone "gh": anni e anni di continuo bombardamento che gli permettano di recuperare i centimetri necessari per fronteggiare i colossi del calcio moderno. Si tratta di una cura molto costosa che la famiglia non può permettersi: siringhe da cinquecento euro l'una, da fare tutti i giorni. Giocare a pallone per poter crescere, crescere per poter giocare: questa diviene d'ora in avanti l'unica strada. Lionel, un modo di guarire che non riguardi la passione della sua vita, il calcio, non riesce nemmeno a immaginarlo. Ma quelle dannate cure potrà permettersele solo se un club di un certo livello lo prende sotto le sue ali e gliele paga. E l'Argentina sta sprofondando nella devastante crisi economica; in quella situazione, nessuna società argentina, pur intuendo il talento del piccolo Messi, se la sente di accollarsi i costi di una simile scommessa. Non avendo la possibilità economica per farsi carico delle spese della terapia, il padre Jorge, convinto del fatto che suo figlio sia un talento destinato ad esplodere, cerca incessantemente una squadra o un modo per riuscire a garantire al piccolo Leo le giuste cure. Non riuscendo a trovare nessuna squadra Argentina disposta a farsi carico delle cure mediche, Jorge inizia a rivolgersi anche ad alcune fondazioni umanitarie.
Nonostante il divario fisico con i suoi coetanei, Leo non si ferma, continua a calcare i campi delle periferie di Rosario, sopperendo al divario fisico con una velocità e una tecnica che i ragazzini della sua età si sognano. Ed è proprio durante una di queste partite che il destino della Piccola Pulce prende una piega inaspettata.
Viste le incessanti voci arrivate alle orecchie di Carles Rexach, direttore sportivo del Barcellona, di questo bambino prodigio in grado di scartare da solo un’intera squadra di suoi coetanei, decide di recarsi ad una partita delle giovanili del Newell’s Old Boys. Nella vita dei calciatori gli osservatori sono tutto. Ogni partita che guardano, ogni punizione che considerano eseguita in modo perfetto, ogni ragazzino che decidono di seguire, ogni padre con cui vanno a parlare, significa tracciare un destino. Ma nel caso di Messi, ciò che gli viene offerto, rappresenta molto di più: non gli viene data solo l'opportunità di diventare un calciatore, ma la possibilità di guarire, di avere davanti una vita normale. "Ci vollero cinque minuti per capire che era un predestinato. In un attimo fu evidente quanto quel ragazzo fosse speciale", le parole di Carles Rexach. Rexach vuole fermarlo subito e così fanno un primo contratto su un fazzoletto di carta, un tovagliolo da bar aperto. Firmano lui e il padre della pulce. Quel fazzoletto è ciò che cambierà la vita a Lionel. Il Barcellona ci crede in quell'eterno bimbo. Decide di investire nella cura del maledetto ormone che si è inceppato. Ma per curarsi, Lionel deve trasferirsi in Spagna con tutta la famiglia, che insieme a lui lascia Rosario senza documenti, senza lavoro, fidandosi di un contratto stilato su un tovagliolo, sperando che dentro a quel corpo infantile possa esserci davvero il futuro di tutti. Dal 2000, per tre anni, la società garantisce a Messi l'assistenza medica necessaria. Crede che un ragazzino disposto a giocare a calcio per salvarsi da una vita d'inferno abbia dentro il carburante raro che ti fa arrivare ovunque. Le cure però spezzano in due. Hai sempre nausea, vomiti anche l'anima. I peli in faccia che non ti crescono. Poi i muscoli te li senti scoppiare dentro, le ossa crepare. Tutto ti si allunga, si dilata in pochi mesi, un tempo che avrebbe dovuto invece essere di anni. Messi però non lascia trasparire niente, sa che con i suoi sacrifici può salvare tutta la sua famiglia. "Non potevo permettermi di sentire dolore", dice Messi, "non potevo permettermi di mostrarlo davanti al mio nuovo club. Perché a loro dovevo tutto". La differenza tra chi il proprio talento lo spende per realizzarsi e chi su di esso si gioca tutto è abissale.
Sono tre anni lunghissimi, tre anni di terapie e allenamenti; allenamenti in cui non puoi mostrare mai le tue fragilità perché la paura di poter buttare al vento i sacrifici tuoi e della tua famiglia ti attanagliano. Con la sua incredibile forza e con l'aiuto dei suoi compagni di squadra Leo cresce, sia fisicamente che tecnicamente; anno dopo anno, centimetro dopo centimetro spremuto dai muscoli, levigato nelle ossa. Ogni centimetro acquisito una sofferenza. Brucia le tappe, passando dall’Infantil B ai Cadete A nel giro di pochi mesi. Ormai con i pari età non c’è storia, Leo segna 37 goal in 30 partite, è incontenibile. Nella stagione 2003/2004 fa già parte del Barcellona B, ed è tenuto sotto controllo dall’occhio vigile di Frank Rijkaard, allenatore della prima squadra. Dopo solo 22 presenze in Segunda Division arriva la prima convocazione in prima Squadra; Leo esordisce a soli 16 anni, nella stagione 2004/2005, in un derby contro l’Espanyol al fianco di giocatori come Ronaldinho, Puyol, e dei giovani Xavi ed Iniesta. Tutti i sacrifici ormai sono alle spalle, il sogno è diventato realtà; a soli 17 anni compiuti, dalla stagione 2005/2006, Leo entra in pianta stabile nella rosa del Barcellona.
Quando le squadre sono in riga prima del fischio iniziale, l'occhio inquadra tutte le teste dei giocatori più o meno alla stessa altezza, mentre per trovare quella di Messi deve scendere almeno al livello delle spalle dei compagni. Per uno sport dove conta sempre più la potenza, Lionel continua a somigliare pericolosamente a una pulce. Come dice Manuel Estiarte, il più forte pallanuotista di tutti i tempi: "È vero, bisogna calcolare che le probabilità che Messi esca sconfitto da un impatto corpo a corpo sono elevate, come elevato è il rischio che venga totalmente travolto dai difensori. Ma solo a una condizione... prima devono riuscire a raggiungerlo". E infatti nessuno riesce a stargli dietro. Il baricentro è basso, i difensori lo contrastano, ma lui non cade, né si sposta. Continua a tenere la corsa, rimbalza palla al piede, non si ferma, dribbla, scavalca, sguscia, fugge, finta. È imprendibile. Leo è velocissimo, sfreccia via con i suoi piedi piccoli che sembrano mani per come riesce a tener palla, a controllarne ogni movimento. Per le sue finte, gli avversari inciampano nell'ingombro inutile dei loro piedi numero quarantacinque.
Vedere Messi significa osservare qualcosa che va oltre il calcio e coincide con la bellezza stessa. Sembra impossibile ma Messi quando gioca ha in testa le giocate di Maradona. Il capolavoro che Diego Armando aveva realizzato il 22 giugno 1986 in Messico, il gol votato il migliore del secolo, Lionel riesce a ripeterlo pressoché identico e quasi esattamente vent'anni dopo, il 18 aprile 2007, a Barcellona. Pure Leo parte da una sessantina di metri dalla porta, anche lui scarta in un'unica corsa due centrocampisti, poi accelera verso l'aria di rigore, dove uno degli avversari che aveva superato cerca di buttarlo giù, ma non ci riesce. Si accalcano intorno a Messi tre difensori, e invece di mirare alla porta, lui sguscia via sulla destra, scarta il portiere e un altro giocatore... E va in gol. Dopo aver segnato, c'è una scena incredibile coi giocatori del Barcellona pietrificati, con le mani sulla testa, si guardano intorno come a non credere che fosse possibile ancora assistere a un gol del genere. Tutti pensavano che un uomo solo fosse capace di tanto. Ma non è stato così.
Lionel appare il contrario di come ti aspetti un giocatore: non è sicuro di sé, non usa le solite frasi che gli consigliano di dire, si fa rosso e fissa i piedi, o si mette a rosicchiare le unghie dell'indice e del pollice avvicinandole alle labbra quando non sa che dire e sta pensando. Ma la storia della Pulce è ancora più straordinaria. La storia di Lionel Messi è come la leggenda del calabrone. Si dice che il calabrone non potrebbe volare perché il peso del suo corpo è sproporzionato alla portanza delle sue ali. Ma il calabrone non lo sa e vola. Messi con quel suo corpicino, con quei suoi piedi piccoli, quelle gambette, il piccolo busto, tutti i suoi problemi di crescita, non potrebbe giocare nel calcio moderno tutto muscoli, massa e potenza. Solo che Messi non lo sa. Ed è per questo che è il più grande di tutti.
(attinto anche da Roberto Saviano, 15 febbraio 2009)
 
Lionel Andrés Messi Cuccittini, detto Leo (Rosario, 24 giugno 1987)
Squadre di club
2003-2004
Barcellona C
10 (5)
2004-2005
Barcellona B
22 (6)
2004-...
Barcellona
293 (258)
Nazionale
2005
2008
2005-...
Argentina U-20
Argentina olimpica
Argentina
18 (14)
5 (2)
97 (45)
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BUON NATALE A TUTTI!!!
 

venerdì 18 aprile 2014

STORIE DI CALCIO - Verona Campione d'Italia: le pagelle di Gianni Brera (di Locorotondo Production)


PORDENONE – Visto che le pagelle latitano oramai da lungo tempo sul Blog, eccovene un fulgido esempio, prodotto dell'inchiostro di una delle penne più prestigiose nella storia del giornalismo sportivo. Il pezzo, inevitabilmente indirizzato ai lettori “meno giovani”, sarà certamente apprezzato in modo particolare da Mister Grigoletti...
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BUONA PASQUA!

"Un voto ai monelli della Banda Bagnoli"

Gianni Brera celebra lo storico scudetto del Verona (1985) attraverso le pagelle dei protagonisti e l'esaltazione del loro allenatore.

Così è fatta. In alto le bandiere e i canti per il Verona Campione d'Italia! Ha pareggiato sul campo dell'Atalanta a furor di logica (…). Manca una giornata al completamento del calendario e quindi non è possibile procedere a considerazioni tecnico-statistiche. (…)
Bagnoli è tecnico di mirabile pragmatismo: le doti umane in lui poco palesi per la sua naturale introversione, risaltano sul piano pedagogico e persino sul piano etico. I suoi allievi lo sanno bene e per questo gli sono affezionati: li considera uomini, non solo macchine da gioco, suscettibili di fusioni e connessioni magicamente articolate negli schemi. (…)
Fanna: con lui incomincio a tratteggiare il profilo tecnico-stilistico dei neo-campioni. E’ il tipico emigrante furlano. Ne ha scritte sul volto le profonde angosce e gli sforzi virili per superarle. Ha lasciato la famiglia a quattordici anni, come un singolare garzone di pedata. Ha imparato a Bergamo, non è riuscito a progredire in Juventus ed è stato dimesso perché troppo emotivo e negato a goleare. Bagnoli l'ha reinventato jolly prodigioso: corre da una linea di fondo all'altra, batte con i due piedi: difende, imposta e rifinisce, raramente conclude. L'Inter lo vuole per sostenere il settimino Brady e crossare per Altobelli e Rummenigge. Bearzot lo vuole per la nazionale campione del mondo.
Garella: volto intelligente e matto del cascatore specialista: stile inventato ogni volta, secondo coordinazione sbirolenta. Bagnoli dice: "Non credo alle rigenerazioni: se non era mica buono non usciva (dalla mediocrità)". Quest'anno avrà parato cinquanta tiri-gol. Un miracolo che tenterà di rinnovare al Napoli. Un portiere non può farti vincere il campionato; però può fartelo perdere. Senza Garella, il Verona poteva finir male.
Ferroni: molta sfortuna dopo un ottimo inizio. Visto poco o forse troppo (per esempio con il Torino in casa, quando fu pescato da dribbling risolutivi).
Marangon I: tipo estremamente simpatico, pronto a chiedere l'apertura verso il suo out, che è il sinistro: l'Inter lo vuole per non rivedere le sue finte ali sinistre, arrivare all'estrema, fermarsi e poi voltarsi in dribbling per battere il cross con l'unico piede, il destro. Partite memorabili, non recenti. Piuttosto incolore nel finale.
Tricella: della prodigiosa tribù cernuschina, madre di Scirea e Galbiati. Pronto a lanciarsi per dettare il disimpegno e costruire lungo: forse migliore in lui il costruttore che non il difensore. Possibilità di migliorare molto.
Fontolan: recupero clamoroso di Bagnoli: acrobata insigne negli stacchi; lento nei gesti minimi; buon battitore. Tutti lo danno per milanese: è comasco di Garbagnate Rota.
Volpati: si è sposato ieri (auguri) e si laureerà domani (maana) in Medicina: intanto gioca con spietato pragmatismo annichilendo l'avversario marcato da lui e valorizzando il gioco di Di Gennaro, cui si offre per il passaggio sicuro (in quanto è bene smarcato). Secondo Bagnoli durerà ancora due anni. Ne ha trentaquattro.
Di Gennaro: emulo di De Sisti ma con lancio lungo più forte e pulito. Bagnoli gli insegna i segreti del centrocampo, fondati sulla misura dinamica, cioè sul risparmio e sulla arcigna riconquista della palla.
Sacchetti: cursore come Bruni, abile conduttore in TV: l'ho visto poco: difende bene e questo importa a Bagnoli.
Briegel: è un armadio che i tedeschi facevano giocare terzino d'ala: Bagnoli lo inventa centrocampista: la sua resa è fenomenale: prepotenza atletica: ipertrofia crurale che rende sgraziato il suo correre e il suo tocco: sporca la palla ma con il sinistro cannoneggiata fortissimo e in acrobazia la fa da match-winner. Che più?
Galderisi: “L'è terron de caratter”, dice Bagnoli, e persino menestrello: però si batte con un coraggio da leone: difende la palla come pochi: a me ricorda el Guarnieri de l'Ortiga, centravanti dell'Inter 1940: un nano prodigioso.
Elkjaer Larsen: danesone estroverso, “Matt come on cavall” (dice Bagnoli): falcata distesa da duecentista: tiro forte, specie con il destro. Lungo periodo di assenza per malanni contratti in nazionale. Diventerà anche acrobata, se si applica.

Questo doveroso omaggio ai neo-campioni mi brucia lo spazio per il resto. La gnagnera ha preso quasi tutti, alle spalle del Verona, e il Como deve ancora sperare di salvarsi, il che significa che l'Ascoli non è ancora condannato secondo aritmetica. Chiedo scusa per la fretta. Chiudo.
Gianni Brera

martedì 24 dicembre 2013

STORIE DI CALCIO - Un mediano nel lager (di Locorotondo Production)


Scaligero di nascita (aprile 1921), Ferdinando Valletti approdò al Milan nei primi anni 40, proveniente dal Seregno. Piedi piuttosto ruvidi, nelle due stagioni che lo videro indossare la maglia rossonera, il suo nome finì solo nei tabellini di alcune partite amichevoli, complice qualche problema di troppo ad un ginocchio. La sua vita cambiò nel marzo del 1943. Accusato di aver fatto volantinaggio durante uno sciopero allo stabilimento milanese dell’Alfa Romeo, fu arrestato e condotto al carcere di San Vittore, tappa intermedia prima di essere deportato nel campo di concentramento nazista di Mauthausen e successivamente in quello di Gusen.
L’inizio del viaggio verso l’inferno ebbe inizio da quello sciopero all’Alfa Romeo. Ferdinando, da buon gregario, aveva accettato di correre il rischio di divulgare tra gli operai i volantini con le ragioni di quella manifestazione. Nando se la cavava molto bene con i libri. Riuscì a conseguire il diploma di perito industriale che in futuro gli avrebbe consentito di fare strada in ambito lavorativo, fino a diventare dirigente dell’Alfa Romeo.
Ex componente della Brigata Garibaldi, sgradito ai fascisti, che avevano seguito tutti i suoi movimenti durante i giorni precedenti lo sciopero, il “casciavit” Valletti fu arrestato nella sua casa milanese. Alcuni sgherri bussarono alla sua porta intimandogli di scendere per “semplici accertamenti”. A San Vittore vi arrivò in ciabatte, poi lo misero su un treno in partenza dal binario 21, direzione Mauthausen. Da un campo di calcio alle cave di un campo di prigionia e sterminio.
Il calcio, tuttavia, gli avrebbe salvato la vita. Le SS del campo, infatti, erano solite organizzare partite amichevoli per aumentare lo spirito “cameratesco”. Ad una squadra mancava proprio il mediano. Una delle belve feroci travestita da essere umano si ricordò di quell’italiano targato “I57633”. Valletti, ridotto ad un mucchio di ossa di soli 39 kg, raccolse tutte le sue forze per rispondere alla convocazione che gli avrebbe consentito di diventare “sguattero”, addetto alla distribuzione delle scorze di patata per i prigionieri.  Dopo un breve provino arrivò l’ok. Da panchinaro rossonero a titolare in una compagine di aguzzini: il peggior salto all’indietro possibile per appurare, da molto vicino, ambiti in cui il concetto di umanità si era diradato a tal punto da scomparire.
La promozione a sguattero, permise a Fernando di aiutare parecchi prigionieri con gli scarti dei pasti delle SS. La libertà arrivò il 5 maggio del ’45. Giunse a casa in condizioni pietose, dieci mesi dopo la nascita della figlia. Nel 1950 tornò, con alcuni colleghi dell’Alfa, a Mauthausen.
La figlia Manuela, giornalista e scrittrice di provata fede milanista, ha fatto conoscere la storia del padre attraverso numerosi incontri con gli studenti delle scuole superiori. La storia di Nando, capace di resistere alle sofferenze del lager, è stata tramandata alle nuove generazioni. Nella speranza che non si ripetano mai più orrori simili, dettati da un terribile e prolungato “sonno della Ragione”.
(da http://www.soriedicalcio.altervistai.org)

BUON NATALE A TUTTI!!!
 

domenica 23 dicembre 2012

STORIE DI CALCIO - Jürgen Sparwasser, l'operaio che fece gol alla storia (di Locorotondo Production)


Amburgo, 22 giugno 1974. Nello stadio della città anseatica si gioca una partita del primo turno dei Mondiali di calcio. Non è una sfida particolarmente importante ai fini della competizione: le squadre che si affrontano hanno già guadagnato la qualificazione al turno successivo. Ma non sono due nazionali qualsiasi. Sono Germania Ovest e Germania Est, per la prima volta avversarie in ambito calcistico. Da una parte ci sono i padroni di casa, i più forti, i più ricchi, i più conosciuti: indossano la tradizionale maglia bianca a girocollo nero con l'aquila sul petto. Dall'altra ci sono gli "ospiti" dei cugini dell'Est, i più deboli, i più poveri, quelli che calciano un pallone perché sono stati scartati dall'atletica leggera. La nazionale orientale scende in campo con indosso una maglia azzurra con collo a V bianco e lo stemma della DDR proprio all'altezza del cuore. La DDR era sicura, si aspettava una disfatta: «Quanti ne becchiamo?», di questo si parlava alla vigilia. I tedeschi dell’est contavano sul catenaccio, non avevano tattica. Quelli della Germania Ovest erano star internazionali. Questi ultimi, forse presi dal panico, cominciarono a giocare solo con palloni alti; Muller era piccolino, i difensori dell’est più grossi ed avevano sistematicamente la meglio. Al minuto 77’ il difensore centrale Kurbjuweit esegue un lungo lancio in diagonale, indirizzando il pallone proprio nell'area piccola; in mezzo a tre difensori della Germania Ovest sbuca, scattante, il centravanti Jürgen Sparwasser che accalappia il pallone di testa, se lo porta sui piedi, supera il tenace Vogts e infila la rete. Lui mirò lì: al cuore del capitalismo. Un gran destro in diagonale, che il portiere Maier non si aspettava. Un gol rosso, comunista, operaio. Ci sono tiri che fanno venire giù lo stadio, il suo fece crollare il muro, un pò prima del previsto.
Nello stadio di Amburgo 58.900 tedeschi (dell'ovest) ammutolirono davanti al successo della DDR, come si chiamava allora. 1-0 e il mito dell'efficienza tedesca andava a pezzi. Nel primo e ultimo derby tra le due Germanie, mondiali 1974. La misera Trabant sorpassava la potente Mercedes. E al volante c'era lui: Jürgen Sparwasser, 26 anni, giocatore del Magdeburgo, che fregò Kaiser Franz e bucò per sempre la rete della Germania. Ci sono spine che non se ne vanno. Per venti minuti Beckenbauer continuò a urlare: «Non è successo niente», ma si sbagliava.
Quel giorno al Volksparkstadion gli 8.500 tedeschi arrivati ad Amburgo con i treni dall'est e con un visto turistico che durava giusto il tempo della partita, alzarono le braccia. Per il gol sì, ma anche per tutto quello che significava.
La Germania Ovest alzò poi al cielo la Coppa del Mondo superando dopo l'iniziale svantaggio l'Olanda. Ma sul trionfo iridato dei tedeschi di Helmut Schön rimarrà la macchia della clamorosa disfatta contro la DDR. Quella che per gli italiani è Caporetto, per la nazionale campione del mondo è una Waterloo, come disse Beckenbauer.
Quella rete diventò per un anno la sigla di molti programmi sportivi. E quando la barriera crollò per davvero, quella notte del 9 novembre 1989, quando un'identità sportiva tedesca andava ancora ricostruita, i fratelli riappacificati si chiedevano, l'un l'altro: «E tu, dov'eri quando Sparwasser segnò?».
Quel gol è ancora oggi in fondo alla rete.

BUON NATALE A TUTTI!!!

sabato 7 aprile 2012

STORIE DI CALCIO – Il pallone di ghiaccio (di Locorotondo Production)

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Il pallone come linguaggio universale prima ancora che come sport: lo testimoniano, in parti diverse del globo, i giocatori che lontani anni luce dal professionismo ne fanno comunque ragione di orgoglio.
In Groenlandia il 90% del territorio è coperto dal ghiaccio. Da quelle parti l'inverno è un abisso e la luce un'astrazione. Passano navi piene di container e uomini soli, cadono aerei americani con ordigni nucleari a bordo (accadde nel 1968 e 40 anni dopo, il mistero permane), le temperature sono insopportabili, ma su 55.000 abitanti, i tesserati di una federazione ancora non riconosciuta dall'Uefa, raggiungono le cinquemila unità. Tra loro, su 77 squadre totali, anche 500 donne. Ogni estate, nel mese di luglio, su terreni di ghiaia spazzati dal vento, danno vita ad un vero e proprio campionato. Dura una settimana. Il primo fu giocato nel 1971, anno di nascita della Federcalcio locale. L’evento è di rilevanza nazionale. Un torneo che riunisce otto squadre, qualificatesi a livello regionale, suddivise in due gironi. Le prime due di ogni gruppo si giocano ai playoff la coppa, e soprattutto la gloria, per 359 giorni l’anno. Per i ragazzini di queste parti l'eroe non è Cristiano Ronaldo ma Niklas Kreutzman, partito da qui e arrivato alla serie B danese...
Proprio nei giorni in cui il paese si è definitivamente mosso nella direzione di un'indipendenza cercata dalla Danimarca, potrebbe cadere l'embargo su scarpini e spogliatoi. La Fifa aspetta la costruzione di un campo in erba sintetica. Tra pescatori e ingegneri, ci riflettono da tempo. Accadrà. Se non domani, molto presto. Allora, in luogo delle amichevoli con le Far Oër, la Groenlandia potrebbe finire a duellare con Scozia e Inghilterra, magari in casa propria.
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BUONA PASQUA!
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giovedì 29 dicembre 2011

STORIE DI CALCIO – L’impresa del Tefana Tahiti che in Coppa di Francia battè una squadra degli ex colonizzatori (di Locorotondo Production)

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Li hanno aspettati ai margini di un'alba timida, colmi di doni, grati per una rivincita attesa 168 anni. Fiori, collane, dolci, poesie. Dal viaggio contro l'impossibile, il capitano Achab non riuscì a tornare. Impresa compiuta dal Tefana Tahiti. Operai, baristi, pescatori. Dagli "Établissements de l'Oceanie", Polinesia Francese, all'ottavo turno della Coppa di Francia. 18.000 Km sopra le nuvole per toccare il cielo con un dito. Per coprire la distanza, Melville impiegò quasi due anni. All'allenatore Laurent Heinis, al portiere para-rigori Xavier Samin e ai suoi compagni in maglia gialla, sono bastati 22 giorni. Tre settimane trascorse in ritiro, per acclimatarsi, a due passi da Montpellier e 120 minuti di passione nella Venezia d'Alsazia, Colmar, per eliminare la squadra ospitante, militante in quarta divisione, all'ultimo soffio utile. Le cose sono andate per le lunghe: i 90 minuti regolamentari si sono chiusi sullo 0-0, nonostante tre occasioni nette nel secondo tempo per i colmariens. I supplementari sono sembrati l' inizio della fine, perché gli alsaziani sono andati in vantaggio subito, al 93' (tra l' altro, scrive l'edizione on line del Dépêche de Tahiti, l'azione era viziata da un errore dell' arbitro Cedric Duvoid, che non aveva visto uscire il pallone poco prima dell' assist decisivo...). A quel punto tutti hanno pensato che i polinesiani gialloverdi avrebbero cominciato a sentire la nostalgia per i 31 gradi di Tahiti, abbandonata tre settimane prima per il ritiro nella un po' più tiepida Sète, vicino a Montpellier. Se così è stato, è durato non più di un quarto d' ora. Il tempo che è servito a Joan Petillon per segnare di piatto destro al volo il gol del pareggio. Poi la vittoria ai rigori e l'ingresso nella storia: perché era già successo altre tre volte che delle squadre polinesiane (il Central di Papeete nel 1979 e nel 1982 e il Dragon, sempre di Papeete, nel 2001) passassero dei turni in Coppa di Francia, arrivando fino ai 64esimi di finale. Ma tutto era sempre avvenuto allo stadio Pater, località Pirae, Tahiti. In 33 anni di partecipazioni alla Coppa di Francia, mai nessuno proveniente da quella che formalmente si chiama "collettività d'oltremare" aveva vinto sulla terra dei colonizzatori. Dopo l'ultimo decisivo tiro dagli 11 metri, gli spettatori hanno osservato una marea debordare al centro del campo. Volti creoli e mulatti. Piroette e abbracci. Un mucchio che di selvaggio, aveva solo la felicità. «Non poteva essere una partita qualunque, in nessun caso», ha detto appena sceso dall'aereo Joan Petillon, il numero 14 del Tefana, l'autore del gol che aveva garantito la lotteria più crudele. «Nella gara abbiamo messo un pezzo di cuore, incredibile che sia finita così». Impensabile, certo. 4.200 km di terre emerse distribuiti su 2,5 milioni di km quadrati, il pallone subordinato alla bellezza, ai colori, alle noci di cocco, all'aria arroventata ma soffusa, silenziosa. Liberi, puri, irriducibili. Gauguin ne aveva capito lo spirito. Prima che Mururoa diventasse lo slogan di uno scempio perpetrato da colonizzatori sordi al rispetto. «Imparare da zero, poi una volta capito, imparare ancora». Forse per tramandare l'eco di una rivoluzione, agli avversari i Tefana avevano portato conchiglie intrecciate. Certi rumori non se ne vanno, è sufficiente impegnare l'attenzione, evitare di distrarsi.
Quando i dilettanti di Tahiti emigrano in Nazionale, il pallottoliere non basta. Le sconfitte vanno dai sei gol in su e le avversarie tipiche di certe competizioni australi, Isole Salomone, Vanuatu, Figi e Nuova Zelanda, sussurrano storie lontane dal talento. Importa poco. Esistono e quindi giocano. Sopravvivono e si organizzano. Liberatorio e universale. Democratico. Il pallone rotola anche dove le condizioni base lo impedirebbero. È un miracolo di passione che derubricare a follia suonerebbe semplicistico.
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BUON ANNO A TUTTI!!!
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domenica 24 aprile 2011

L’ANEDDOTO CALCISTICO - Australia-Samoa Americane: preghiere e goals a raffica (di "Locorotondo Production")

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Non è la prima e non sarà l'ultima volta che un popolo prega per ottenere risultati nello sport. E' noto infatti che la maggior parte dei tifosi vivono in maniera totale la propria passione, che soffrono e si esaltano per le sconfitte e le vittorie... e che baratterebbero qualsiasi cosa per il raggiungimento di un trionfo. La storia che vi vogliamo raccontare è molto più semplice, ma forse proprio per questo più simpatica e commovente. L'11 aprile 2001 si affrontano l’Australia e le Samoa Americane per un match valido per le qualificazioni mondiali. Gli sportivi samoani aspettavano questa partita come se fosse stata il giorno del giudizio: gli australiani avevano sconfitto, qualche giorno prima, le isole Tonga per 22 a 0, stabilendo il nuovo record di reti segnate in una gara ufficiale. Così la nazionale di calcio samoana si sentiva come l'agnello sacrificale destinato al macello. Tutta la popolazione dell'arcipelago aveva così fatto la sola cosa possibile: pregare perché una forza divina proteggesse i propri atleti ed impedisse una sconfitta così disonorevole. Ma, evidentemente, gli dei avevano cose più importanti da seguire e non hanno protetto la porta di Samoa, trafitta ben 31 volte dagli attacanti aussies. Ottimi rugbysti, i samoani hanno affrontato ingenuamente la gara, tentando di giocare palla ed evitando il gioco ostruzionistico che, in Europa, praticano anche i pulcini. Sarebbe bastato spazzare qualche pallone in tribuna, perdere secondi ad ogni rimessa o stramazzare a terra moribondi ad ogni contrasto, perdendo così minuti preziosi e risparmiandosi qualche goals. Molti hanno notato anche una mancaza di savoir faire da parte degli australiani: a cosa serve infatti infierire su avversari nettamente inferiori? Che soddisfazione può dare maltrattare così i più deboli? A questa considerazione, i più maliziosi, hanno aggiunto una semplice considerazione: è inutile realizzare goleade contro squadre scarse se poi si beccano sonori schiaffoni dalle squadre di alto livello. Ma c'è anche chi ha difeso la condotta di gara dell'Australia, asserendo che sarebbe stato umiliante per Samoa vedersi risparmiare..... osservare, insomma, gli avversari temporeggiare per non infierire in un modo compassionevole. Questa corrente di pensiero sostiene che dal momento che si scende in campo si deve giocare ogni istante con la massima intensità, per rispetto della propria maglia e dell'avversario. Ritornando alla partita del record, c'è un altro episodio simpatico da ricordare: l'arbitro, nella bolgia di reti realizzate, all'inizio ha sbagliato a contare e ha comunicato il risultato di 32 a 0, poi rettificato. Neanche i giocatori dell'Australia si ricordavano bene di quante reti avessero realizzato, proprio come in una di quelle partite in cortile che durano tutto il pomeriggio e si concludono con punteggi da basket. La vittoria e il record di reti vanno all'Australia (allenata da Frank Farina ex Bari e Bruges), il record del bomber più prolifico in una gara diventa di proprietà di Archie Thompson, ma la simpatia del mondo sportivo va tutta alle isole Samoa.
Chiudiamo con una carrellata di risultati eclatanti di partite di calcio. Alcuni punteggi record in gare ufficiali:
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11-04-2001 Coffs Harbour: Australia-Samoa Americane 31-0 QM
09-04-2001 Coffs Harbour: Australia-Tonga 22-0 QM
14-02-2000 Kuwait City: Kuwait-Bhutan 20-0 CC
26-01-2000 Ho Chi Minh City: Cina-Guam 19-0 CC
24-11-2000 Tabriz: Iran-Guam 19-0 QM
08-06-2000 Papeete: Tahiti-Samoa Americane 18-0 CC
02-06-1997 Damasco: Iran-Maldive 17-0 QM
19-06-2000 Papeete: Isole Cook-Australia 0-17 CC
28-09-1998 Brisbane: Australia-Isole Cook 16-0 CC
26-11-2000 Tabriz: Tagikistan-Guam 16-0 QM
11-06-1997 Sydney: Australia-Isole Solomone 13-0 QM
07-04-2001 Coffs Harbour: Figi-Samoa Americane13-0 QM
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BUONA PASQUA A TUTTI!!!
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sabato 25 dicembre 2010

La historia que pudo ser! (di "Locorotondo Production")

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PORDENONE – Cari Amici, sembra che per il giorno di Natale si stia consolidando una gradevole tradizione: un "pezzo romantico" a sfondo calcistico regalato ai lettori, passeggiando tra le pagine di qualche libro, tra realtà e finzione. Questa volta abbiamo voluto celebrare una "persona a caso" ed abbiamo chiesto di farlo ad una "squadra inedita": eccovi allora un marchio nuovo, sconosciuto, per la gioia di chi ama i libri, di chi ama leggerli e di chi ama pigramente farseli raccontare, gustandone bocconi succulenti, un marchio che speriamo di poter incontrare nuovamente (o magari spesso...) sul nostro Blog. Buona lettura e... BUON NATALE!!! In tempi non proprio recenti, quando iniziai a militare con i “più grandi”, il caro e compianto “libero” prematuramente scomparso che molto (non di calcio) mi insegnò, Franco Zucchet, soleva dire - accingendosi a calciare una punizione in prossimità della porta avversaria - «Ghe dago de tango». Non so se fosse un “provincialismo” di ciò che già nell’Argentina degli anni ’30, con il cinema sonoro, iniziava a muovere i primi passi quando Luis Mandrini con "Los tres berretines", metteva al centro dell’opera tre passioni popolari: il tango, il calcio e la radio. Non so se l’origine fosse la stessa, ma il connubio resta. E ancora, a testimoniare un legame tra le due “arti”, Paolo Conte, in riferimento all’evoluzione del calcio moderno, dice: «Il football moderno è molto più veloce di quello del passato, dovremmo concludere che una partita di oggi ha più ritmo di una partita di calcio classico. Ma non è così: velocità e ritmo sono cose diverse, parola di musicista». Ecco, ancora una volta il ritmo. Una sorta di musicalità sempre presente. E da altre fonti: «Giocavano a palla da ragazzini e non immaginavano di danzare. Non sapevano che esistesse la Scala, l'Opera, il Covent Garden: a loro bastava giocare in strada, correre, lottare cercando di non farsi carpire la palla. Poi, gradatamente, realtà e sogno si sovrappongono: resta l'estro e resta il ritmo, il samba, per esempio, ubriacare gli avversari prima di infilare il pallone in rete di sinistro». Sono gli anni ’60, fatti di strade non tutte ancora asfaltate (ma neppure oggi lo sono!) e di autovetture di formula uno che non arrivano a 200 km orari, il computer, il cellulare e molti altri strumenti oggi normali, non erano neppure immaginabili. E’ il tempo delle radio private che, per ovviare al divieto di trasmettere, in Inghilterra, posizionano navi in acque nei mari del Nord e lanciano brani memorabili (chi non lo ha visto, noleggi “I love Radio rock”, una commedia brillante su quel fenomeno e quel tempo: una colonna sonora da brivido). E’ l’epoca di un calcio, esistito veramente, il cui insegnamento era la-palla-arriva-stopparla-di-petto-mettere-a-terra-guardare-e-passare (che oggi riduce sempre più i tempi delle fasi fino ad annullarle), il possesso di palla non lo calcolava nessuno, di un tiro molto forte si diceva "che cannonata" mentre oggi se ne calcola la velocità (credo fossero famosi, in questo senso, i tiri di Gigi Riva e quelli di Eder, il brasiliano), la serie delle Figurine Panini erano un must, chi batteva una rimessa laterale o un corner doveva stare molto attento a schivare gli spettatori. Un tempo in cui i numeri erano definiti: il ”7” faceva l’ala destra e l'”11” la sinistra e non era necessario seguire l’estro di sport d’oltremanica che probabilmente hanno dato il via a improbabili progressioni numeriche rappresentati sulle magliette; e i “nomi”? Che vezzo i nomi sulle spalle. Ma che bellezza quando gli eroi erano noti senz’altro che se stessi nelle sgranate immagini del bianconero dei tubi catodici! I Beatles e i Rolling Stones, dividevano i fans tanto quanto le milanesi dei derby… A quell'epoca una storia di calcio "che avrebbe potuto essere", ma che non è stata... Una delle tante, si potrebbe dire, ma che a noi è particolarmente cara. Tutto era oramai deciso: quel talento pordenonese che militava nel Conegliano, era pronto ad indossare la prestigiosa casacca giallorossa della squadra della capitale (qualcuno ci insegna che: «A Roma ce stà 'na squadra sola!», non ce ne vogliano i laziali, il tifo è tifo). L'orgoglio locale stentava ad essere contenuto: «Atu vist? Legi la Gaseta! Toni l'è 'ndà a la Roma! Te 'o dita che no l'era una bala!». Quell'attaccante era uno di quelli che ogni difensore pregava di non incontrare: forte fisicamente, (quasi ambi) destro naturale, implacabile nel gioco aereo, determinato e persino cattivo all'occorrenza, ma soprattutto spietato sotto porta! Poteva anche essere il peggiore in campo per tutta la gara, ma bastava un solo lampo, un colpo letale, la palla finiva tra le maglie della rete e tutto era deciso. Chiedete pure a quei baldi e prestanti difensori che calcavano i prati verdi del Veneto nei tempi che furono, che cosa gli si muoveva nello stomaco quando l'allenatore, con uno sguardo che significava tutto, diceva loro: «Ti te marchi Polìni!». Dopo aver sofferto le pene dell'inferno per un'ora e mezza, lottando alla morte su ogni pallone, soccombevi e finivi anche la gara malconcio... Lui, tifoso della "Vecchia Signora", era pronto ad affrontare l'avventura del Calcio che conta, pronto ad incrociare i tacchetti con i suoi beniamini, conosciuti ed ammirati fino ad allora solo attraverso le profumate ed indimenticabili figurine. Poi succede quel che non ti aspetti e, per ragioni tutt’ora incomprensibili, la Roma abbandonava uno dei migliori talenti di quel periodo di cui, accorti e preparati giornalisti, così scrivevano: «Compassato ed armonioso, limpido come una lama. Abituati a vivere come bruti, tifosi, allenatori e dirigenti riscoprivano il tocco di classe. Pollini era il massimo dell'eleganza, della padronanza dello stile. Non c'era discussione su di lui che non terminasse in un elogio condiviso da tutti sulla misura e sull'efficacia di ogni suo movimento. Perché, ecco il punto, la sapienza dell'artista del tip-tap a ritmo perfetto, quand'anche colpiva di testa, non spostava un solo capello. Pollini aveva, per giunta, un qualcosa di ieratico e di spirituale. La canizza lo stringeva dappresso abbaiando e lui la teneva a bada, vi scivolava dentro, la beffava con un passaggio, un tiro, un amabile tocco di tacco. Me lo mangiavo durante gli allenamenti: pigliava la palla con la stessa trepidazione e voluttà di un bambino che riceve la pappa dal cucchiaio della mamma. Restituiva la palla con la grazia di un maggiordomo che porta un messaggio sul vassoio». Che tempra forte quel giovane con la patente da "centravanti vero", che grande temperamento sin da fanciullo! Si narra che durante una partita di allenamento al sambodromo de "El Pequino publo de los enfates", passato poi alla storia come Villaggio del Fanciullo, siccome non gli passavano mai la palla, Pollini alla prima occasione la raccolse tra le braccia e senza indecisione alcuna si diresse verso la vettura dicendo: «Ioken, la palla è mia e me la porto via!!!». Come si usa dire: genio e sregolatezza. Erano anni in cui davvero buongiorno voleva dire buongiorno. E celibi e ammogliati erano sfide piuttosto serie! Che dire: viva il Re! E, parafrasando Nereo Rocco: non auguri di Natale ma bicchieri di vino rosso! Locorotondo Production
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