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domenica 31 marzo 2013

LE FAVOLE DEL CALCIO - La rivincita del professionista mancato...


PORDENONE - Il campo di calcio sa regalare infiniti aneddoti capaci di rimanere custoditi come preziosi tesori nello scrigno della memoria; così, sottraendosi alle ingiurie del tempo, divengono degli indelebili ricordi che, ravvivati con i colori accesi della fantasia, talvolta sanno trasformarsi in meravigliose favole. Vogliamo raccontarvene una e ve la riporteremo proprio nello stesso modo in cui il nonno orgoglioso la narra ai suoi (ignari) nipotini.
Saliamo dunque a bordo della macchina del tempo e questa volta, anziché viaggiare all'indietro, scegliamo la direzione opposta e ci spingiamo nel futuro. Siamo nell'anno 2040, le auto non corrono più sulle strade ma sfrecciano veloci sopra le teste della gente, le persone si incontrano in ogni luogo con il trasporto della materia, le gite organizzate su Marte e sulla luna sono all'ordine del giorno, Pollini - che a 86 anni suonati continua a fingere di fare l'avvocato dedicandosi in realtà per intero alla sua unica vera passione - ha arruolato nella squadra di calcio dei togati la prima donna della storia, la dottoressa Emma Brosolo.
Insomma, tante cose sono cambiate, ma altre sono rimaste immutate, quelle più semplici e genuine, come per esempio la tradizione, radicata nel gene umano sin dalla notte dei tempi, di addormentare i bimbi raccontando una favola. Eccoci allora in una casa comune, dove vive una famiglia comune con delle abitudini (quasi) comuni: dopo aver consumato per cena il solito panino al formaggio ed una banana, cominciano le operazioni per la notte che coinvolgono, ciascuno nei propri ruoli, grandi e piccini. Nonno Giovanni siede accanto ai lettini dei suoi due adorati nipotini, Diocleziano e Marco Aurelio, che, indossata la tuta mimetica regalata dal bisnonno, sono pronti a coricarsi. La cameretta che li ospita è tappezzata, non per libera scelta, da una miriade di foto che ritraggono il nonno, ostinato calciatore nei tempi che furono ed attuale punta di diamante della rappresentativa pensionati del pubblico impiego, in piena azione di gioco. Rimane pochissimo spazio per alcune foto di treni sparse qua e là, segno tangibile della stravagante passione degli anni floridi. Su una delle pareti campeggia una enorme griglia costellata di crocette, a richiamare le tacche incise sulle fusoliere degli aerei da combattimento, ognuna delle quali testimonia il sublime momento della realizzazione, un frangente dal valore assoluto che per questo si astrae da qualsivoglia contesto: partita ufficiale, amichevole, allenamento, bigliardino, video game, il gol è sempre gol! Punto. La sua ragione di vita, a prescindere da tutto e da tutti (Madre Natura inclusa).
Quella tempesta di immagini incanala l'innata fantasia dei bimbi su di un binario forzato e così gli indifesi pargoli, suggestionati da una sorta di effetto subliminale permanente, si rivolgono al nonno con una richiesta obbligata: «Nonno Giovanni, ci racconti ancora la storia di quando sei entrato in campo al posto del calciatore di serie "A"?». Alla richiesta, si accende d'improvviso una luce negli occhi dell'anziano: «Va bene piccoli...», risponde il nonno accondiscendente senza farsi troppo pregare, vista anche l'ora tarda. Dopo aver rimboccato le coperte ai frugoli, ha inizio il racconto, accompagnato nelle prime battute dall'incalzante fiatone del sempiterno atleta. «Era una giornata come tante quel sabato di marzo del 2013, o almeno così sembrava. La mia squadra si stava giocando una partita decisiva in un prestigioso torneo nazionale. Il risultato era inchiodato sullo 0-0, i nostri avevano tentato in ogni modo di sfondare, ma la scarsa vena unita ai limiti tecnici dei nostri attaccanti ci impedivano di trovare la via della rete. L'allenatore, uno che aveva masticato calcio tutta la vita (oggi azionista di maggioranza della Shell), al quale ho avuto modo di dispensare nel tempo una vagonata di preziosi consigli, aveva ormai a disposizione un unico cambio per tentare di dare la svolta decisiva alla gara. In panchina c'erano solo due uomini: un giovane e talentuoso brasiliano, trequartista dotato di tecnica sopraffina e calciatore di professione, che militava a quell'epoca tra le fila dell'Udinese nel campionato di serie "A", ed io, meno giovane.
Mister Grigoletti sapeva di giocarsi la panchina, consapevole di avere il solito fucile del Presidente puntato addosso e pronto a far fuoco al primo errore. A quel punto non gli restava che affidarsi alla sua navigata esperienza per scegliere l'uomo cui consegnare le chiavi del proprio destino. Volse le spalle al campo ed incrociò lo sguardo di entrambi: il giovane brasiliano era già in piedi, con l’aria da spettatore, fingendo indifferenza quasi fosse capitato lì per caso, io attendevo seduto in panchina, sereno e già concentrato, con la consapevolezza dei forti. Dopo qualche secondo di silenzio, il Mister ruppe gli indugi, tolse le mani dai fianchi, si lisciò un paio di volte i baffi quasi per farsi scivolare via gli ultimi dubbi e, indirizzando il dito indice verso di me, proferì la storica frase: "Giovanni... scaldati!".
Il giovane talento brasiliano non mi conosceva (anch'io sapevo ballare la samba, appresa in Brasile quando conobbi la nonna!) e quindi lì per lì rimase spiazzato dalla scelta. Il ragazzo però seppe rifarsi nel tempo con gli interessi, trascinando cinque anni più tardi la nazionale carioca al successo nella finale dei Mondiali del 2018 in Russia e conquistando in seguito il Pallone d'Oro. Ricordo che per confortarlo gli regalai a fine partita la mia gloriosa maglia n. 13 (maglia che, ancora oggi, Pollini sta disperatamente cercando!)».
«Bravo nonno! E poi come è andata la partita? Quanto avete vinto?». «Adesso è tardi bimbi cari, è ora di fare la nanna...». «Ma quanti gol hai segnato nonno? Dai, dai!». «Ho detto che adesso si dorme... porca troia!!!».
E così, dolcemente accompagnati nel sonno dall’eroe che fu, cullati dal tepore di un glorioso ricordo, i fanciulli si addormentano...
Una storia vera dunque, che diviene favola autentica e che, come tutte le favole, si chiude con il lieto finale. La sorte ha restituito così almeno in parte ciò che tempo addietro aveva negato a colui che aveva cullato il sogno della carriera professionistica durante il soggiorno in Sud Africa; un sogno sfumato ad un passo dal traguardo per quel deplorevole malcostume locale diffuso di sparare ai giocatori in campo durante le gare. Una piccola rivincita per il calciatore, un grande riscatto per l'uomo, una bella storia da raccontare ai nipoti e non solo...

BUONA PASQUA A TUTTI!!!
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martedì 12 aprile 2011

IL CASO UMANO - Una lettera per gli amici... (di Matteo Cornacchia)

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Carissimi,
Enrico mi ha fatto sapere dei numerosi messaggi che mi sono stati rivolti sul blog. Ringrazio tutti di cuore. Vi scrivo dal monastero di San Bartolomeo Isolato in Aspromonte, dove mi sono ritirato da domenica mattina per un opportuno periodo di riflessione, preghiera e penitenza suggeritomi da un segno (una specie di incisione simile a una “T” e una “P” che ho trovato sulla portiera dalla mia auto sabato notte, nel parcheggio della piscina). In questo momento riesco a scrivervi in uno dei rari momenti di riposo: i frati mi hanno riservato la stessa cella che fu di Marco Stella due anni fa, dopo la semifinale con Padova. Sul muro ho trovato ancora qualche sua incisione. La celletta è davvero molto bella: semplice, forse un po’ sobria, ma accogliente. Il letto è praticamente un bancale di legno: sembra un po’ spartano, ma le proprietà del duro legno per la corretta postura della spina dorsale sono note. Sono sicuro che quando arriverà il materasso (stanno finendo di impagliarlo, mancheranno ancora due o tre settimane) sarà comodissimo. I frati poi mi hanno fatto trovare sul comodino alcune foto per rallegrare l’arredo: una è quella di Sant’Antonio (qui lo chiamano fraternamente “Toni”), una è quella di San Fernando Muslera, protettore dei portieri, la terza è di San Germano, protettore della mano, raffigurato con l’aureola di rigore ben marcata. Qui ovviamente Internet non arriva, per cui spero che il piccione che mi ha fatto avere il messaggio di Enrico ritorni presto a casa con questa mia lettera. La vita qui scorre lenta, in un clima di grande raccoglimento spirituale. Il cilicio, credetemi, non è poi così fastidioso: dopo le prime 7-8 ore mi ci ero già abituato e ora me ne accorgo solo quando starnutisco (il problema è che sono allergico al polline e la stagione non è delle migliori da questo punto di vista…). Un po’ più pesanti sono gli interminabili momenti di preghiera, specie i rosari. Qui se ne dicono 7 al giorno, uno ogni 3 ore: i fraticelli sgranano la loro corona all’inginocchiatoio, io invece devo stare inginocchiato direttamente al suolo, sui ceci secchi (così si usa fare con i novizi, su disposizione della regola monastica della congregazione, i “Fratelli della bandierina”). La posizione, lo ammetto, alla lunga è un po’ scomoda anche perché la recita del rosario è condotta da Fra Remigio, affetto da un evidente problema di balbuzie che allunga oltremodo le 50 avemaria. Ma a parte questi dettagli insignificanti, non mi sto trovando male e passato il primo giorno le ginocchia hanno preso la forma dei ceci per cui ad ogni nuovo rosario basta trovare la posizione per l’incastro giusto. Anche i pasti, che all’inizio mi sembravano un po’ parchi, in realtà sono più che sufficienti perché con tutta questa preghiera si consumano pochissime energie. All’inizio ho fatto un po’ di fatica con il pane secco, poi ho affinato una tecnica tutta mia che consiste nel tenere il boccone in bocca per diversi minuti, fino a quando con tutta la saliva di cui dispongo riesco a ottenerne un “bolo” che va giù che è una meraviglia. L’acqua, invece, è freschissima e davvero buona. Forse stasera me ne danno due bicchieri invece dell’unico che mi spetterebbe!!! Sono davvero gentili con me, e mi vogliono tutti un gran bene. Il resto della giornata lo trascorriamo a fare dei lavoretti per il monastero: qualcosa di falegnameria, restauro di mobili, il governo di un piccolo orticello proprio dietro il chiostro del convento. A me è spettato un lavoro piuttosto semplice: devo spaccare degli enormi blocchi di granito per farne dei mattoni, con i quali stiamo costruendo una nuova cappella (mi hanno detto: “La cappella è tutta tua!!!” Che forti…). Il lavoro in effetti può sembrare monotono e faticoso, non fosse altro perché il piccone che ho avuto in dotazione ha il manico rotto, lungo solo 30 centimetri, per cui avverto di più il colpo quando impatto sulla roccia e mi capita più facilmente di essere colpito sulla faccia da schegge o pezzi di granito sui denti. Ma continuo a pensare di essere fortunato, perché gli altri fraticelli lavorano tutti al chiuso mentre io posso stare all’aria aperta, al fresco dei 38 gradi dell’Aspromonte, in un incantevole paesaggio di rocce, spuntoni, rovi, sterpi e tante ortiche di speci diverse (all’inizio pensavo fossero tutte uguali, poi ho visto che mi provocavano bolle diverse sui piedi). Io lo considero un privilegio e, onestamente, non so quanti altri novizi abbiano potuto ricevere simili concessioni. Ora vi devo lasciare, perché i 6 minuti del riposo pomeridiano sono ormai terminati e devo affrettarmi a scendere in cripta per la recita del quarto rosario di oggi. Ah, dimenticavo. Sempre in base all’usanza della confraternita mi è stato assegnato il mio nuovo nome monacale: Fra Carlo. Mi è stato riferito che ogni battesimo ha il suo significato e presto anch’io capirò il mio. Non vedo l’ora…
Ciao amici, vi voglio bene e spero di rivedervi presto!
Matteo
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martedì 15 marzo 2011

IL PROTAGONISTA - Capomacchia: un camaleonte tra i ramarri!

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PORDENONE - Due parole doverose su uno dei nostri valorosi atleti che abbiamo recuperato di recente: Filippo Capomacchia, che qualche anno addietro sacrificò un legamento del ginocchio per la causa neroverde. Giocatore pienamente recuperato e preziosissimo per la sua straordinaria duttilità. Sono passati oramai quasi sei anni da quel fatidico giorno (02.04.2005) nello spogliatoio di quel campo sportivo in erba sintetica posto a fianco dello stadio Artemio Franchi di Firenze quando, durante l'intervallo, il grande Gualco de Roma, facendo riferimento al neo-compagno di squadra, lo battezzò con uno spontaneo ed esilarante: "Campolamacchia", per la gioia dei presenti che iniziarono a sbellicarsi (ed ancora oggi non hanno smesso!). Di lì una serie ininterrotta di storpiature, senza alcun limite di sorta. Il diretto interessato confermerà poi che la stortura del cognome è per lui un’esperienza del tutto comune ed assai frequente, sempre accolta con il massimo senso dell’ironia. Ebbene, il nostro pavido giocatore è stato capace di tramutare questo apparente intoppo in una risorsa davvero rara, o meglio ancora, unica! Con il tempo il Nostro ha dimostrato di essere poliedrico al punto da saper adattare persino il proprio cognome ad ogni tipo di esigenza: calciatore umile (Odiolaspocchia) ed eclettico (Variolamaglia) dal fisico asciutto (Calolapancia), ordinato e diligente (Stirolagiacca), sempre ligio alle consegne (Comprolabibbia), dotato di un gran senso della posizione (Seguolamappa) e di una possente progressione (Scalolamarcia) che esibisce sulla fascia di competenza, anche in fase di ripiegamento difensivo (Coprolafascia); atleta che, come si suol dire, sa cantare (Cantolamessa) e portare la croce (Consumoginocchia), elegante (Vestolamarca) e concreto (Spaccolatibia) al tempo stesso, molto maturo (Rimorchiolavecchia) ed intelligente nella gestione delle proprie energie (Calolamedia). Combattente nato, non disdegna il corpo a corpo con l'avversario (Cercolamischia) e possiede nel proprio repertorio tecnico un tiro molto potente (Accorciolamiccia) al quale sa abbinare anche la precisione (Centrolamosca). Elemento prezioso (Costounafracca) nello scacchiere neroverde per la sua generosità innata (Cedolamancia), sa rendersi utile alla squadra anche nelle giornate meno felici (Battolafiacca) grazie al suo moto perpetuo (Corrolemiglia) che sfianca gli avversari (Sembrounatrebbia). Infine un grande pregio che non va sottovalutato: condivide nel post-gara i momenti di svago con il gruppo (Godolapacchia), presenziando con costanza all'irrinunciabile e costruttivo terzo tempo (Scololabirra) e dimostrando così di saper apprezzare appieno i compagni anche fuori dal campo (Credoincornacchia). Insomma, cari amici, possiamo dire di avere tra noi un valentissimo ed autentico camaleonte del rettangolo verde (Cambiolatinta). Grandissimo Filippo, ben rientrato tra noi!
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venerdì 4 febbraio 2011

PUNTI DI VISTA "STORICI"- Gli irrinunciabili 45 minuti prima della gara (di Emo Ros)

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Personalmente, all'aspetto prettamente giuridico, preferisco il "convincimento". Vediamo, a mio parere i famosi 45 minuti andrebbero o dovrebbero andare più o meno così. I primi 15' in spogliatoio, tra i saluti ed i commenti sugli eventi calcistici dalla Champions League all'ultimo torneo amatoriale, calcio femminile compreso. Poi c'è sempre qualcuno che comincia a chiedere: "Oggi tacchetti di alluminio o di gomma?" (ora con la variante rotondi o lamellari); puntuale arriva poi l'osservazione: "Avete visto l'arbitro?", "Si, è quello che ci ha arbitrato ad Azzano nel 2005 e ci ha dato un rigore contro"; "...ma anche ad Aviano, 4/5 anni fa quando ci hanno fatto un gol in fuorigioco ed io ho colpito un palo interno" (dovete sapere che l'animale da spogliatoio può scordarsi dell'anniversario di matrimonio o del compleanno della moglie - quello della suocera gli sfugge sempre - ma non scorderà mai un palo interno colpito, perchè la considera una delle più gravi ingiustizie possibili). Si passa poi alla vestizione e qui come non ricordare il soggetto che si mette, pensando di non dare nell'occhio (ovviamente inutilmente), il classico costume tipo slip anni '70/'80 fantasia hawaiana e cordone bianco, che a Lignano non può più usare perchè certamente il bagnino farebbe immediata istanza per la nomina di un amministratore di sostegno; al contrario c'è invece chi anche sotto i pantaloncini da calcio utilizza mutande D&G o Armani perchè altrimenti non si sente sicuro (normalmente chi punta molto sulla mutanda ha dei problemi appena la toglie... ma protrebbe essere una milignità). E che dire poi sul tema "calzini"? Anche qui c'è chi tenta di dare gli ultimi momenti di gloria al calzino a rombi colorati di provenienza cerimonia della cresima e chi invece preferisce il calzettone di lana spessore 30 mm, eccessivo perfino per una ciaspolada notturna in Quebec e che, tra l'altro, rende strettissime le scarpe con il risultato che il povero si aggira dopo pochi minuti per il campo con andatura barcollante per le numerose vesciche al tallone. Che dire ancora dei Dr Gibaud de noialtri? C'è chi estrae dalla borsa fasce chilometriche con le quali comincia a fasciarsi caviglie, ginocchia e musucoli vari... i fanti della grande guerra gli fanno un baffo; il top del settore è però indubbiamente rappresentato da chi ha osato far ricorso alla famigerata pancera di lana. In questi casi, però, raramente il soggetto ha il coraggio di indossarla alla luce del sole (segno che percepisce una certa gravità nel fatto) e si avvia con fare indifferente verso il bagno dal quale fa ritorno con la maglietta della salute indossata, pensando che, così, la pancera non si noti. Si sbaglia di grosso perchè il bordo rialzato non può sfuggire all'Animale da spogliatoio che, quindi, puntualmente lo smaschera. La massima soddisfazione che si può avere in questi primi 15 minuti però è sempre rappresentata, a fronte dell'imprecazione: "Maledizione ho rotto un laccio", dal poter rispondere: "Io ne ho uno nuovo"... Trascorsi dunque i primi 15 minuti, si può uscire per una ventina di minuti di riscaldamento. Qui c'è il grande vantaggio dell'assenza totale di pubblico (sull'assoluta discrezione del Generale Celano mi sono state date ampie garanzie), così che nessuno assisterà alle penose scene dei tentativi di palleggio che spesso naufragano ai primi tocchi (ho personalmente notato che alcuni di noi hanno superato quota 5 palleggi solamente in rarissimi momenti di grazia ed in presenza di congiunzioni astrali praticamente irripetibili) o agli "allungamenti" che paiono realizzati da reduci di guerra. Gli esercizi poi sono iperclassici e, diciamolo chiaramente, chi si avventura in manovre ai più sconosciute per atteggiarsi a moderno viene considerato un po' uno sborone. Siamo così agli ultimi 10 minuti di nuovo in spogliatoio: appello dell'arbitro (che quanto a tristezza spesso non scherza davvero) alla fine del quale alla classica domanda: "Qualcosa da chiedere?", se non vengono minacciate prima esemplari sanzioni, vi imbatterete spesso nell'immancabile domanda: "Ehm... e le punizioni?", risposta altrettanto immancabile: "Dirette nessun segno, di seconda braccio alzato". Sentita la risposta per la settecentesima volta l'interessato annuisce soddisfatto. E magari cerca di sviare gli sguardi severi dei compagni con le domande standard tipo: "Oggi maglietta da sotto di lana o di cotone?". Rimangono solo le raccomandazioni del Toni di turno (nel nostro caso di Toni e basta) che variano intorno ai temi: "Portiere para, difensori attaccati agli avversari, centrocampisti fate gioco, attaccanti buttatela dentro". E così tutti contenti verso il magico rettangolo verde. Ora, vi domando: ma davvero vi par il caso di rinunciare a questi 45 minuti così unici? Se la vostra risposta sarà SI, a mio parere, potete anche essere abbonati a Sky calcio, aver visto tutte le partite di qualificazione al mondiale della zona Oceania, sapere le formazioni a memoria degli ultimi decenni, ma non avete davvero capito perchè lo sport praticato regala momenti così speciali. Ciao a tutti. Emo
. P.S. (Sbaglio o ho scritto piccolo trattato?)
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martedì 19 ottobre 2010

Lo straordinario fiuto del talent scout di razza... (di Toni Pollini)

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PORDENONE - Oggi 19 ottobre (santa Laura, auguri alla Sbrizzi) per caso mi trovavo in Tribunale presso il Consiglio dell'Ordine. Dovevo pagare 4 fotocopie. Ho estratto il mio portamonete che, come ben sapete, ha la forma di un piccolo pallone da calcio e che mi era scivolato dalle mani. Alla mia destra c'era un giovane praticante che, accortosi di un tanto, allungava la sua gamba destra, stoppava il portamonete e sempre con il destro lo depositava nella mia mano. Risponde al cognome di dott. Pavone, italo-argentino, attaccante, trascorsi nel Prata e Centro Mobile, proveniente dalle giovanili del Boca. Convocato per sabato 23 ottobre 2010. Toni Pollini
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giovedì 4 marzo 2010

L'evento: 04.03.1960 - 04.03.2010, il "Kap" fa 50!!!

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PORDENONE - "Dice che era un bell'uomo e veniva, veniva dal mare, parlava un'altra lingua, però sapeva amare...": si apre così, con questa strofa poetica, la celeberrima canzone del grande Lucio Dalla intitolata "4.3.1943" ed ispirata proprio alla data di nascita del "marinaio di montagna" dai due cognomi. Non potevamo di certo lasciar passare inosservato il cinquantesimo compleanno del nostro storico "Kaptàno"! Ebbene sì, le candeline sulla torta parlano chiaro: mezzo secolo! E che "mezzo secolo", signori miei... Gli aneddoti, calcistici e non, le frasi storiche e le performances dell'istrione-fabbro-pallonaro più esuberante della storia del calcio nostrano, costituiscono la materia prima di un progetto ambizioso, sponsorizzato dalla Treccani: si tratta della pubblicazione di una collana in 50 volumi (uno per ogni anno d'età), con cadenza mensile, dal suggestivo titolo "Oltre la coppia" (sottotitolo: "Li prendiamo qui!"). Naturalmente c'è grande fermento tra tutte le fans di "King Sauna", ma anche tra i mariti delle stesse che temono la diffusione di scomode indiscrezioni. Staremo a vedere. La prima uscita dovrebbe essere presto a disposizione presso tutte le farmacie del triveneto. Per l'occasione è stata preparata una t-shirt commemorativa (foto a destra), che ha già ricevuto una marea di prenotazioni. Si pensa anche ad una gara amichevole celebrativa tra la squadra togata guidata da Kapitan Fracassa ed una compagine femminile, già contattata a tal uopo (foto a sinistra), proprio per rendere omaggio a quell'universo tinto di rosa cui il nostro beneamato si è dedicato, anima e corpo (non ha importanza in quali proporzioni), con ammirevole costanza per ben dieci lustri, ricevendo in cambio numerosi attestati di stima (e non solo...). La data più indicata per la disputa dell'incontro è certamente quella del prossimo 8 marzo, giornata dedicata a tutte le donne (ancora per poco: esiste infatti già una proposta di legge per anticipare "La giornata della donna" al 4 marzo, per ovvie ragioni); al termine della sfida, dopo l'irrinunciabile cerimonia della "doccia mista", si parla di una torta dalle dimensioni umane dalla quale potrebbe fuoriuscire proprio Lui, "Il distributore automatico di felicità", vestito solo di panna e crema e valorizzato da uno strategico e sgargiante fiocco in raso rosso posizionato ove si conviene. Intanto, per cominciare a calarci nelle pieghe del personaggio, vi proponiamo alcuni spezzoni tratti dal Blog, che potrete godervi di seguito unitamente alle immagini qui raccolte. Prima però, vogliamo chiudere con il toccante omaggio reso da colui che non esitiamo a definire un secondo padre per il nostro Kaptàno, Toni Pollini: «E' come un gatto in calore...». da «AMATORI - Un violento uragano dall'America si abbatte sui "ramarri": 5-0!» (domenica 1 marzo 2009) Chiudiamo con una nota di colore (e conseguente richiamo storico) sulla quale non potevamo non soffermarci. Siamo a pochi minuti dalla conclusione. Gli avversari, dopo un dominio incontrastato, conducono per 4-0. I nostri, stravolti dalla stanchezza e annichiliti nello spirito, attendono mestamente il triplice fischio finale per porre fine all'agonia. Ma... in campo c'è uno squilibrato che non si è ancora arreso, che incita i compagni e li sprona alla ricerca del gol e che, con un motto d'impeto di "custeriana" memoria (leggi: generale Custer nella battaglia di Little Bighorn. E sappiamo come è finita...), lancia a squarciagola l'urlo dell'irriducibile combattente: «ALLA CARICAAAAAAA!!!!!!»... E sappiamo come è finita... Tremate, il Kaptàno è tornato... da «Si conclude l'avventura romana di Kaptàn Katodik!» (giovedì 4 giugno 2009) «...PARLIAMO DI BELLE DONNE, QUESTO CREDO SIA UN ARGOMENTO DI CUI LEI SI INTENDE PIU' CHE DEI PROMONTORI!»: è questa la fotografia del nostro Kaptàn Katodik (scattata da Magalli!) che rimarrà indelebile nella memoria degli italiani, insieme al sorriso ammiccante e compiaciuto dell'homo televisivus per antonomasia. da «Serial TV "Un Kaptàno a Roma (ahò!)", seconda puntata (11.01.2009)» (sabato 17 gennaio 2009) Il Kaptàno, rinchiuso in una gigantesca manona di gomma piuma (una scena che non avremmo mai voluto vedere, mai...), dal quale fuoriusciva solamente il suo ghigno sornione (foto a destra), è stato costretto con la forza a gareggiare (insieme a quattro energumeni) in una prova che era esclusivamente incentrata sulle doti atletiche dei concorrenti. Ebbene, dopo aver onorevolmente abbattuto un avversario nel primo round, il povero Kaptàno, nella seconda ripartenza, è franato rovinosamente al suolo dopo pochissimi passi, finendo a pelle di leone davanti a milioni di telespettatori; sarà difficile toglierci dagli occhi quella scena toccante della "manona" che arranca faccia a terra, mentre gli operatori di studio tentano invano di prestare soccorso.
. TANTI AUGURI DI BUON KOMPLEANNO
GRANDE, UNICO, IMPAREGGIABILE CAPITANO!!! . ................ .

giovedì 18 febbraio 2010

Casucci: e se fosse solo un problema di comunicazione? La storia del bonobo Kanzi...

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PORDENONE - Premessa doverosa: Angelo Casucci è un patrimonio (umano e calcistico) indiscutibile ed assolutamente irrinunciabile della nostra squadra. Dopo le infelici esternazioni, in spogliatoio prima ed in campo poi, del nostro amato Angelo, la sua scarsa propensione ad assoggettarsi alle regole del gruppo (nuovamente palesata) e le ennesime incomprensioni tecnico/tattiche con alcuni compagni, io e Vice ci siamo presi a cuore la faccenda, interrogandoci a fondo. Alla fine ci ha assaliti un dubbio atroce: e se fosse solo un problema di comunicazione? Per cercare una risposta, abbiamo preso spunto da qualcuno che in tema di "comunicazione" ha dimostrato davvero di essere un esperto. Eccovi allora la storia del bonobo Kanzi e di come imparò a comunicare con alcuni esemplari di Homo sapiens, confidando che il racconto possa fungere da insegnamento per tutti i compagni di squadra del nostro beneamato. Buona lettura... I bonobi (Pan paniscus) sono dei primati molto simili agli scimpanzé (Pan troglodytes) cui la dottoressa Sue Savage-Rumbaugh ha dedicato lunghi anni di ricerche, lavorando a progetti di comunicazione uomo-bonobo; negli anni novanta i suoi studi hanno avuto uno straordinario risultato grazie al rapporto instauratosi tra la dottoressa e il suo team di ricerca ed un piccolo bonobo di nome Kanzi. Kanzi si presenta nel 1980, all'età di 16 anni, al centro di ricerca dell'Università della Georgia che lo dirotta immediatamente presso il proprio modernissimo laboratorio sperimentale distaccato in un ridente paesino dell'Italia settentrionale (Sedrano). Esuberante e giocherellone, Kanzi, è sempre presente agli esperimenti, gioca e cerca di attirare in tutti i modi l'attenzione su di sé, come farebbe un bambino vivace e comincia ad utilizzare la tavola dei lessigrammi per comunicare con gli umani. Nessuno gli aveva mai insegnato nulla, ma lui era da subito in grado di formare 120 differenti frasi sensate usando propriamente almeno 12 lessigrammi (tra cui "banana", "calcio", "palla", "avversario", "villaggio", "fanciullo", "vaffanculo", ecc...). Da questo momento in poi, Kanzi diventa l'interlocutore privilegiato degli sperimentatori ed ha inizio un'avventura davvero commovente di relazione bonobo-uomo. La descrizione di una giornata tipo passata in compagnia di Kanzi è esattamente identica a quella che si potrebbe trascorrere insieme a qualunque esemplare di uomo adulto ultra quarantacinquenne. Kanzi si sveglia, sempre di buonumore, saluta chi c'è con lui con allegre vocalizzazioni di cui fa abbondante esercizio, qualche volta eccedendo, fino al punto da esasperare i suoi interlocutori; chiede con risolutezza la sua maglia preferita (è morbosamente attratto da quella col n° 2 stampigliato sulla schiena), mangia, poi si guarda intorno: se c'è qualcosa di diverso dal solito, ne chiede conto o interagisce in vario modo a seconda dei casi (ad esempio, un giorno, nota un numero diverso sulla maglia: lui la prende e la butta dalla finestra). Quindi chiede di essere portato al "Villaggio del fanciullo" per giocare a palla con i suoi numerosi amici umani; sebbene stremato, di fronte all'invito di sedersi a riposare su una panca all'aria aperta, oppone sistematicamente un ostinato rifiuto. Dopo il pranzo chiede di fare un pisolino preferibilmente nella sua stanzetta e se non è possibile, capisce il problema e si adatta a dormire sotto un albero. A volte Kanzi parla da solo e tende ad appartarsi per cimentarsi con la tastiera dei lessigrammi e con quella della chitarra (uno strumento che da sempre richiama la sua curiosità). Al pomeriggio: merenda e poi ancora a giocare (il calcio è la sua unica attività fisica...); è curioso notare come, durante le fasi ricreative, egli non sia portato ad alzarsi dal suo posto per nessun motivo, a meno che non sia coinvolto nel gioco in prima persona. Dopo cena, prima di dormire, gli piace guardare la televisione; segue con grande interesse le partite di calcio del Milan, accompagnando con vocalizzazioni divertite o eccitate le fasi salienti. Infine, esausto, si fa portare nella sua stanzetta, nel suo lettino. Kanzi continua a progredire e apprende ad utilizzare due nuovi lessigrammi ("gol" e "l’otto-non-è-mio-diglielo-tu") per esprimere i propri stati d'animo; in questo contesto non solo li utilizza propriamente, ma dimostra di capire i sentimenti dei suoi simili e anche quelli degli umani, seppur talvolta a lui ostili. Ad esempio se qualcuno si fa male, lui chiede dell'acqua per rinfrescare la ferita e aiuta il contuso con un atteggiamento consolatorio e solidale. Kanzi è anche in grado di capire frasi elementari del tipo: «Se non arrivi quaranta minuti prima della gara, non giochi», «Dai la palla prima di essere marcato», «Non seguire solo il tuo uomo senza vedere il gioco». Ed è talvolta capace di differenziare tra: «Questa è la palla, quello è il giocatore», «Questo è il tuo compagno, quello è l’avversario». Kanzi risponde in modo corretto al 72% delle richieste; significativo il raffronto effettuato con una bambina di 2 anni e mezzo, che ha risposto correttamente al 66% delle richieste. Molte delle incomprensioni sono probabilmente dovute alla difficoltà di isolare alcuni suoni pronunciati; non dimentichiamoci che lui non può esprimersi con effetti acustici simili ai nostri, ragion per cui alcuni suoni - come ad esempio quello complesso della lettera "zeta" - gli risultano totalmente estranei, da cui consegue la mancata comprensione di alcuni concetti-chiave come: "Cazzo Angelo!" o "Io ti ammazzo!". Il simpatico primate ha poi delle comprensibili difficoltà con i termini che rivestono significati plurimi: per lui "can" significa l’equivalente di "contenitore", "barattolo" (è uno dei primi lessigrammi che ha imparato); come spiegargli l'uso anomalo dello stesso suono che non designa più un oggetto che serve a contenere il cibo, ma bensì un’espressione che conferisce alla frase un’enfasi poco elegante, per quanto assai diffusa? Kanzi incontra qualche difficoltà anche con le frasi definite dai linguisti "embedded" (circostanziate), ad esempio: «Ferma la palla che esce dal terreno di gioco e passala ai compagni». Kanzi cerca una palla qualsiasi, colpendo talvolta inavvertitamente tutto ciò che si trova nelle immediate vicinanze e compiendo delle curiose traiettorie circolari (gli esperti le hanno classificate col nome di "traiettorie automobilistiche", proprio per la dinamica macchinosa ed impacciata che ricorda appunto la tipica manovra del veicolo a quattro ruote). Questa operazione più complessa di correlazione del complemento oggetto "la palla" che a sua volta richiede di essere messo in una specifica relazione ("stare dentro") con altro ("compagni"), crea a Kanzi qualche perplessità. Alcuni filosofi e psicologi cognitivi cercano (sempre più disperatamente) di isolare ciò che differenzia l'uomo dagli altri animali (e che lo renderebbe, quindi, "superiore"). L'ultimo criterio a cui si aggrappano questi irriducibili è la convinzione che solo l'uomo sia in grado di elaborare il concetto che anche gli altri hanno una mente, delle emozioni, delle intenzioni, un punto di vista, diverso, ma comprensibile. Kanzi, come abbiamo visto, in molte occasioni mostra di capire il punto di vista del suo interlocutore (pur non condividendolo), le sue emozioni e ciò che in una certa situazione può essergli più o meno utile. Naturalmente gli studiosi scettici, che desiderano conservare la supremazia della specie umana, continuano ad affermare che tutto è spiegabile in termini di stimolo e che Kanzi non fa che rispondere alle aspettative degli sperimentatori ed ai premi che loro gli danno quando soddisfa le richieste. Ma sembra sempre meno facile, leggendo queste cronache, continuare a credere a questa favola, soprattutto allorquando il pensiero corre al bonobo calciatore Kanzucci...
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domenica 20 dicembre 2009

Ramarri - 99 cent: la partita che non c'è... (di Eugenio Pergola)

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PORDENONE - Venerdì notte, verso l’una e mezza, alla terza capocciata da sonno contro la testiera del letto (son abituato, tra pallonate dei compagni di difesa e letto) decido che è giunto il momento di sdraiarmi, spegnere la tv e dormire. L’indomani si gioca in casa, a Sedrano, contro il 99 cent, l’ultima partita del girone di andata del torneo amatoriale Amici del Calcio (bisogna proprio esserne molto amici per continuare alla mia età…): è prevista neve, ho già preparato in borsa le scarpe con tacchetti in alluminio, il paracollo ed una fascetta paraorecchie in windstopper, i guanti, e mi pregusto la sgambata al freddo che amo (confesso di aver sciato di fondo venerdì pomeriggio, tra le 3 ed un quarto e le 5 meno un quarto, in Piancavallo, sotto una bella nevicata durata mezzora, ad una temperatura iniziale di –8,5 e finale di –12, e di avere avuto un principio di congelamento alle punte delle due dita medie delle mani, che infatti ancora sento intorpidite). Mi sveglio sabato mattina e sento in strada un silenzio inequivoco: dalla finestra vedo tutto bianco, le strade sono praticamente intonse, alle 9,00 non è ancora passato nessun mezzo spazzaneve o spargisale in via San Quirino (i primi mezzi passeranno dopo le 10,00), adoro ciò che i miei occhietti (4) vedono, nevica a tratti anche abbondantemente. Essendo molto astuto telefono a Mr. Pollinigson ed alla sua risposta parto con “direi che non si gioca!?!?...” e la replica è una di quelle risate di Toni, quelle col collo incassato nelle spalle, seguita da “ehhhh, direi proprio di no….”. Mi preparo, vengo in ufficio (la mia auto ha gomme neve ed è 4x4 = 16) per finire e depositare una “roba” e scrivo la notizia (cioè neve e partita annullata) a Mr. Blogger, chiedendogli se anche nella Ville Lumière nevichi, come mi sembra di aver letto su televideo; mi risponde di no e lancia l’idea della partita che non c’è. Finisco di fare il mio lavoro e, come a Dalla partiva veloce la sua mano, parte veloce la mia immaginazione e… le due mani (sulla tastiera, maligni).

Il Tabellino AVVOCATI PN - 99 cent 16-0 (6-0) Formazione: Da Ros L., Casucci (Da Ros D.), Contento (Brovedani), Luisa Vissat [C], Pergola, Bellotto, Stella, Sarcinelli (Fantuzzi), Moro (Rumiel), Gurnari, Vicenzotto (Celano). Marcatori: Vicenzotto (5), Moro (2), Contento 'r', Casucci 'r', Fantuzzi (2), Brovedani, Pergola (?) 'r', Rumiel (2), Celano.

SEDRANO (PN) - Siamo al campo, c’è la neve, la gente arriva alla rinfusa, il custode non ci vuol far giocare, lo corrompiamo promettendogli una cassetta di ottimi vini della pregiata enoteca Rumiel (si pronunzia Rumièl, ricordate, altrimenti Amerigo ve copa) di Bagnarola. In porta, in assenza di Cornix e del letargico Koala, rientra Leo Tiracca Da Ros, magro e tirato a lucido dalla corsa che pratica a tempo pieno, reduce dall’ultima ottima apparizione in terra asburgica di metà settembre: ho molta fiducia in lui, stavolta non mi costringerà a correre fino alla linea di porta, sarà il dominatore della sua area. Angelo nello spogliatoio mi chiede come deve vestirsi, gli dico che deve mettersi a carne la maglietta termica che gli ho regalato ed i guanti e che non può giocare con le galosce e la pala come vorrebbe. Picco Gulnari vuole giocare col cappello da Taddeo che il Mister ci ha dato sabato scorso, lo convinciamo che non si può ed allora gioca con un berretto ciucciato. Matteo dice che col freddo non ci sono problemi, non sente nulla, neppure i plurimi stiramenti che si procurerà. C’è anche Rumnold, che dice che vuole giocare una mezz'ora: Toni gli dice di no, che si fa male, lui dice di sì ed il Mister annuisce e gli promette una mezz'ora. Il Kap entra nello spogliatoio per ultimo, come al solito, e dice che col freddo rende meglio, soprattutto “fuori dal campo”, e che per riscaldamento “se ne è fatte due tra le 11 e le 13”, e nessuno ha dubbi su cosa si sia fatto ma solo su chi (partono scommesse su varie donne del Triveneto, Toni scommette sul trans). Sarci spiega che nonna Gina gli ha consigliato, per proteggersi dal freddo, di applicare baccalà mantecato sulle gambe e sul torace, apre una gamella, prende una spatola e si cosparge di quel bendiddio, rischiando di venir azzannato da più di un compagno di squadra. C’è anche Vice, il mitico Vice: dice (Vice che dice, boh?...) che un campo del genere è adatto alle sue qualità fisiche e tecniche (ed umane, aggiungo) in quanto la palla cammina poco, non occorre correre molto (anzi) e basta saper calciare bene. Non si hanno ancora notizie di Tatanka e del Generale: si vocifera che a causa della neve prevista siano partiti da Pordenone ieri sera dopo cena, muniti di scorta di panini (8 a testa), ma la loro auto si sia schiantata in un fosso in zona Roiatta alle prime luci dell’alba a causa del fondo innevato. Formazione: Leo Tiracca in porta (ci mette un po’ ad agganciare le bretelle alla porta, ha perso la manualità di tale azione), Contentolui e Travergola in marcatura, BellottoBellottodov’èBellottoBellotto libero, Cafucci ed il Kap sulle due fasce, Sarci, Picco e Stella Stellina a dettare legge in mezzo, Vicenz8 e Fabiomoro in avanti con licenza di uccidere. Arbitro: il nostro amico di sabato scorso, che per farsi perdonare ne combinerà (tanto per cambiare) di tutti i colori. Il campo è coperto da almeno un palmo di neve ma giochiamo, è Natale. Prima fase di studio, in cui si notano alcune sfuriate di Cafucci sulla fascia, nel senso che si incazza con i compagni, la palla, Toni, gli avversari e l’arbitro. Il tasso alcolico del nostro centrocampo prende in mano la danza e son dolori per gli avversari. Segnano 2 gol Paolin8 e 2 Fabiomoro, a conclusione di splendide ariose azioni di prima; l’arbitro ci assegna 2 rigori (il primo perché il portiere ha calciato la palla con i piedi, il secondo perché Cafucci glielo ha chiesto) un po’ generosi, che vengono trasformati con perfette esecuzioni da Contentolui (al momento del tiro scivola come John Terry in semifinale di Champions League ma gli viene fuori un incredibile cucchiaio) e Cafucci (che insacca il rigore che aveva chiesto, calciando alla sua maniera e cioè in un modo che solo lui sa). Gli avversari non tirano mai in porta, l’unico pericolo per Leo viene da un lancio del Kap che guarda Vicenz8 in attacco, gli grida “Paolo!!!” e calcia… verso la nostra rete, ma il Tiracca con agile balzo afferra la sfera e la rinvia, dando inizio all’azione del secondo gol di Fabiomoro. Entriamo nello spogliatoio sul 6–0 per noi, ma Mr. Pollinigson non è tranquillo, dice che il risultato non è acquisito e che non bisogna distrarsi, e racconta di quella volta in cui Mazzarella, sul 6–0 per la sua squadra, entrò in campo nel secondo tempo cercando di fare tunnel a tutti gli avversari e dicendo loro che si era trombato tutte le loro mogli, fidanzate, madri, sorelle e figlie (legittime e non), provocando chissà perché la reazione degli altri che non solo lo picchiarono a sangue in campo e fuori ma cominciarono a correre e giocare come furie e vinsero 9–6… Toni dice anche che dobbiamo giocare tutti e quindi ad Angelo di fare la doccia, anche perché ha fatto anche gol, ma Cafucci reagisce male e senza cambiarsi, moccolando, va a piedi al Villaggio del Fanciullo, dove una banda di albanesi lo randella e deruba. Mentre entriamo in campo arrivano i Celano’s portati da un mezzo della Protezione Civile. Nel secondo tempo entrano Roccia Da Ros per Cafucci, Vice per Sarci e Brovedinho per Contentolui, con slittamento del Kap in marcatura e di Stella Stellina in fascia sinistra. La musica non cambia, anzi. 2 gol di Vice con tiri da centrocampo, uno nel 7 di destra e l’altro in quello di sinistra (e colpisce anche 3 legni, con tiri da 30 metri); Vicenz8 fa altri 3 gol ed 1 Brovedinho in estirada (cioè scivolando e stirandosi); io, giacché ci sono, chiedo all’arbitro se mi può dare un rigore a favore, visto che sabato scorso son stato preso a pallonate in faccia e che ha concesso il gol agli avversari con il famoso “incrocio di due di loro entrambi in fuorigioco ma siccome si incrociano non sono in fuorigioco”, e l’arbitro me lo concede e lo trasformo tirando da fermo (nel senso che la palla entra senza che io la calci…). Dopo un quarto d’ora Rumnold subentra a Fabiomoro (vistosamente calato, a causa delle 9 partite giocate negli ultimi 3 giorni) e da centravanti boa segna 2 gol di testa; a 5 minuti dalla fine Tatanka esce dallo spogliatoio ed entra direttamente in campo al posto di Paol8 (che esce tra gli applausi dei pupazzi di neve presenti sugli spalti) e segna allo scadere scivolando nel tentativo di spingere un avversario e colpendo accidentalmente la palla che transitava da quelle parti. Risultato finale 16–0. Prima di rientrare nello spogliatoio dobbiamo aiutare Leo Tiracca ad uscire da sotto la neve dove si è addormentato causa inattività. Nello spogliatoio Mr. Pollinigson si scioglie in un pianto liberatorio, dice che non gli era mai successo di vincere in questo modo e con un simile risultato e ci ringrazia per lo splendido regalo che gli abbiamo fatto. Siamo tutti soddisfatti (tranne Angelo, che giace svenuto al Villaggio del Fanciullo), beviam ‘na roba al chiosco e n’altra roba al bar lì vicino e ci facciamo gli auguri, alcuni poi proseguono a bere n’altra roba ancora in centro a Pordenone e poi...

…e poi guardo fuori dalla stanza, ha smesso di nevicare, posso anche finire di scrivere minchiate ed andare a fare due passi, non senza aver prima lasciato il mio augurio di Buon Natale a tutti, belli e brutti, rammentando il notorio brocardo romano “E' Natale, state bbòni, nun rompete li co…”.

martedì 1 dicembre 2009

Storie di... "staffette" (di Matteo Cornacchia)

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BRUGNERA (PN) - La polemica innescata da Angelo Casucci al termine della partita di sabato scorso riporta all’attualità uno dei tormentoni del calcio italiano: la staffetta. Come i nostri lettori sapranno, tutto ebbe inizio nel 1970, durante i mondiali del Messico, quando l’allora C.T. della nazionale italiana Valcareggi adottò il “cambio programmato” fra un certo Sandro Mazzola e un certo Gianni Rivera. La questione si ripropose durante la preparazione dei mondiali del 1986, guarda caso sempre in Messico. L’Italia, ammessa di diritto alla competizione grazie al trionfo di 4 anni prima in Spagna, si avvicinò all’evento attraverso una lunga serie di amichevoli durante le quali il commissario tecnico Bearzot alternò sistematicamente i due portieri, Franco Tancredi e Giovanni Galli. Ancora nazionale e ancora mondiali, questa volta in Francia, nel 1998: protagonisti della famigerata staffetta diventano il C.T. Cesare Maldini e i due fantasisti del gruppo, Alex Del Piero e il Divin Codino Roberto Baggio, convocato all’ultimo istante a furor di popolo. Ma quelli appena ricordati non sono che i casi più eclatanti, i più noti e i più discussi a livello nazionale. In realtà la pratica della staffetta è ben più estesa, radicata nella cultura calcistica italiana, a tutti i livelli e in tutte le categorie. Alcuni esempi? Eccoli. Nel 2005, alla Benevelli s.r.l. di Verbania, durante il campionato aziendale di calcetto, il coach dell’Imballaggi e Spedizioni alternò con inquietante scientificità il pivot Alberico Cavatelli con il mancino puro Gianantonio Cazzaniga, riuscendo in questo modo a centellinare le energie della squadra e a portarla fino alla semifinale, poi persa contro la “Magazzino e Trasporti”. Una cosa analoga è accaduta proprio dalle nostre parti, a Praturlone di Fiume Veneto, durante il campionato di serie D del Centro Sportivo Italiano, sempre calcetto. Il giocatore allenatore della Carpenteria Metallica Vaccher, Ramiro Del Pup, propose per tre settimane consecutive il cambio fra il centravanti Goffredo Noacco e il brevilineo Lucio Francesconi, simpaticamente soprannominato “Cagheta”. Nel corso dell’incontro di cartello della tredicesima giornata, in scena al palazzetto intitolato a Gualtiero Ravascletti, già presidente della Libertas Sangiovannese, di fronte ai temibili avversari della Costruzioni Marson, Ramiro Del Pup ottenne il massimo dalla “sua” staffetta, con entrambi i giocatori, Noacco e “Cagheta”, capaci di andare in gol rispettivamente nel primo e nel secondo tempo. Scendendo più a sud, precisamente a Pisciotta di San Donato Capuavetere dell’Incoronata, nel campionato di terza categoria della stagione 2006/2007, l’allenatore della squadra di casa, la Virtus Pisciottese, azzardò la sostituzione del veterano Vito Antonio Cannavale con la giovane promessa Salvatore Sasà Mastrorilli, che alla prima occasione capitatagli riuscì a battere il portiere della Tremestieri in Colle, Pasquale Cazzato, detto O’fess. Da quel momento l’alternanza fra l’esperienza di Cannavale e l’esuberanza di Mastrorilli divenne l’arma vincente della Virtus Pisciottese, capace di imporsi in campionato con due giornate d’anticipo sugli storici rivali del Pollena Trocchia Futbol Cleb (così era stata registrata la squadra all’atto dell’iscrizione dal presidentissimo Carmelo Imparato, noto a tutti come Carmelino figl’e ntrocchia). L’ultimo episodio che vogliamo qui ricordare si riferisce addirittura al 1994 ed è accaduto in località Settegole di Sopra, nei pressi di Bordighera. Il calcio, in questo caso, è solo la cornice di una staffetta ben più originale. I bene informati narrano che nel campionato amatori di seconda categoria, girone C, il terzino sinistro della Tintoria Bistazzoni, Odoacre Fumagalli, durante il turno di riposo della sua squadra sifonò la moglie dello stopper dell’Amatori Domodossola, Gioacchino Filippi mentre questi era in campo contro la Magazzini Coin di Vallebona. La settimana successiva, mentre a Bordighera si disputava proprio il derby fra Tintoria Bistazzoni e Amatori Domodossola, il centromediano metodista del Magazzini Coin Vallebona, Carletto Santelli Beccegato, approfittando del turno di sosta, fece staffetta proprio con Fumagalli e risifonò la signora Simona Pevolazzi, coniugata in Filippi (e per questo simpaticamente soprannominata dagli ambienti calcistici della zona “Sifona”…). Insomma, cari lettori, la nostra storia è intrisa di staffette. Casucci e Da Ros non sono né i primi né saranno gli ultimi. E allora perché polemizzare quando invece, fra due partite, si potrebbe festeggiare il record mondiale di staffetta con le 500 sostituzioni consecutive e scrivere un altro capitolo della storia che vi abbiamo appena narrato?
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venerdì 29 maggio 2009

AVVOCUP 2009 – Il caso umano: tutti vicini a Marco...

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BOTSWANA (Africa) – E' durato davvero poco il soggiorno in terra d'Africa, improntato al misticismo ed alla penitenza, per il nostro sfortunato fluidificante Marco Stella. Dopo due giorni di lungo travaglio ed atroci sofferenze (sono tornati alla memoria i tragici momenti vissuti a Montepulciano...), i medici hanno deciso di rimpatriarlo per sottoporlo ad esami clinici più approfonditi, ma soprattutto per reinserirlo quanto prima nel suo ambiente familiare neroverde, dove potrà trovare il calore e l'affetto di cui ha bisogno in questo difficile momento. Ma facciamo un passo indietro. Martedì sera a Sedrano, dopo la gara valevole per la semifinale dell'AVVOCUP 2009 tra Avvocati Pordenone e Jusport Padova (conclusasi come sappiamo...), il validissimo giocatore n° 17 della compagine naoniana appariva "inspiegabilmente" scuro in volto; concluso il buffet post-gara nel tradizionale terzo tempo, si è dissolto nel nulla. Dopo qualche rapida ricerca, si è appreso che il buon Marco, devastato dai sensi di colpa e dallo sconforto, era partito alla volta del Botswana (Africa centrale), per ritirarsi presso il convento dei Missionari Oblati di "SANTA MARIA IMMACOLATA DELLA PORTA SPALANCATA". Lì è stato subito accolto dalle amorevoli cure dei frati che (purtroppo), avendo visionato l'impietoso filmato che vede protagonista il buon Marco (oramai noto a tutto il mondo), hanno tradito momenti di inopportuna ilarità, lasciandosi andare anche a qualche coro di scherno e battute a sfondo calcistico-religioso («Il Signore è grande, ma anche la porta di calcio non è piccola!»; «Passi Barabba libero, ma Stella attaccante...»; e così via...). Mercoledì mattina, mentre era raccolto in preghiera recitando ad alta voce il rito penitenziale del "CONFITEOR" a mò di litania (a destra, nel testo originale), è stato colto da un improvviso malore. L'intervento dei sanitari è stato tempestivo e rassicurante al tempo stesso; i familiari e gli amici, allarmati dalle preoccupanti notizie che giungevano da lontano, sono stati subito tranquillizzati: «Niente di grave, nessuna malattia tropicale, probabilmente qualcosa che gli è rimasta sullo stomaco da martedì sera...». Poi, come detto, il rimpatrio immediato. Da queste pagine del Blog, caro Marco, vogliamo dirti che siamo tutti con te ed esprimerti la nostra vicinanza con il tatto e la generosità che l'ottimo Brosolo ci ha insegnato a Montepulciano, utilizzando le parole appropriate nel momento più drammatico: «Stai bene Marco ?!?».
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mercoledì 4 febbraio 2009

Clamoroso: in una lettera aperta il pentimento e la confessione del rapitore di calzini!

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PORDENONE – Amici lettori, rispondo ad un accorato appello di una personcina che si lacera nel rimorso, una personcina rimasta ormai sola, pentita ed amareggiata per l'atroce gesto compiuto, che si rivolge con umiltà ai compagni per cercare aiuto e comprensione. Eccovi la lettera aperta del reo confesso (che, per evidenti ragioni, continua a mantenere l'anonimato): «Immaginate di rientrare a tarda notte il sabato sera, dopo il doppio aperitivo, abbondanti libagioni ed esservi addormentati sul divano a casa di amici. Vi siete già messi il pigiama, rintanati sotto il piumone e avete spento la luce. Vi viene un flash: "..zzo la borsa!". La tentazione di lasciare tutto dov'è e com'è (anche a rischio di scoprire all'indomani nuove forme di vita che se segnalate al WWF imporrebbero uno specifico vincolo ambientale) è fortissima. Nonostante tutto prendete l'eroica decisione e vi alzate... dopo due piccoli tentennamenti determinati dal cocktail sonno-cachaça ed aver immancabilmente urtato lo stinco contro lo spigolo del letto, raggiungete la vostra borsa, vi predisponete alla bonifica scostando il capo leggermente di trequarti conoscendone da anni "l'alitino", aprite la cerniera e qual'è la prima cosa che il vostro sguardo incontra? UN PAIO DI CALZE NERE MARCA ROYAL!!! Sono lì, in superficie, intravvedete in loro un ghigno satanico, avete l'impressione che si siano infilate da sole nella borsa con l'unico scopo di farvi un dispetto. Le avvicinate agli occhi distendendo bene il marchio nella speranza che sia un'allucinazione etilica e che in realtà si tratti delle vostre calze nere marca "errea" regolarmente acquistate da sportwear (conservo da anni tutti gli scontrini per evitare le contestazioni da inquisizione di Toni)... NO, sono proprio LE CALZE NERE MARCA ROYAL!!! Vi prende un brivido lungo tutta la schiena che si arresta solo in prossimità del punto in cui già vi sembra di sentire una bandierina bicolore farsi strada..! Solo allora capite il luogo comune "tutta la vita ti passa davanti in un istante". Anni di condotta specchiatissima (trascorsi a raccattare magliette, giacche di tuta, ciabatte e docciaschiuma altrui per restituirli ai legittimi proprietari) gettati al vento. Maturate in voi la convinzione che contrariamente ad ogni principio giuridico vi verranno imputati almeno dieci anni di casuali smarrimenti di materiale sportivo. Sì, compreso il calzettone a righe orizzontali biancazzurre stile squadra portoghese che solo un maniaco feticista potrebbe aver volontariamente sottratto ed il cui presunto furto si sarebbe prescritto tra pochi mesi! Sapete che vi attendono almeno cinque anni di sveglia telefonica alle sette la domenica mattina con Toni che vi chiede se "per caso" avete preso voi i pantaloncini del portiere di riserva o il cotone emostatico... Lo ammetto, mi sono fatto prendere dal panico, è stata una reazione istintiva quanto infantile. Un tentativo destinato comunque all'insuccesso (sembra che, conoscendo la spropositata passione di Toni per le "calze nere marca royal", l'autorità abbia già provveduto a bloccare precauzionalmente tutti i suoi beni, maglia n° 10 compresa!). Vi annuncio che sto già predisponendo con il mio legale un memoriale di 200 pagine con tutti gli alibi relativi alle più recenti sparizioni, corredato da istanza di patteggiamento in fase di indagini. Vi assicuro che la giusta punizione mi ha già raggiunto e che sto vivendo ore di tensione nell'angoscia di trovarmi Toni sulla porta dello studio. Garantisco che le "Royal" stanno bene e sono in buone mani (anche se ogni tanto pure mia mamma qualche lavatrice la sbaglia). Mi preparo quindi ad una piena confessione, scusandomi sin d'ora con tutti quanti sono stati ingiustamente tirati in ballo dalle prime illazioni di stampa. Ringrazio per l'umana pietà chi, a conoscenza del mio tremendo segreto, sta rischiando una severa condanna per favoreggiamento depistando le indagini sul mio maldestro tentativo. Per vincere il residuo imbarazzo mi affido all'onestà intellettuale ed all'umana comprensione che vorrete dimostrare rispondendo sinceramente al duplice sondaggio: Cosa avresti fatto? a) Telefonato immediatamente a Toni, chiedendo informazioni sulla corretta temperatura di lavaggio, riportando le Calze al più tardi il lunedì mattina; b) Finta di niente (mi saranno utili al villaggio del fanciullo), sottoponendo l'intera squadra ad un decennio di "chi ha preso un paio di calze nere marca royal?"; c) Atteso pazientemente Montepulciano per infilarle di nascosto nella borsa di Roberto Casucci; d) Le avrei restituite in busta anonima mettendole in cassetta all'Ordine; e) Avrei inviato un lembo di elastico e chiesto un riscatto; f) Le avrei sciolte nell'acido; g) Le avrei messe nel terzo cassetto in parte alle calze a righe biancazzurre, alla crema, al ghiaccio sintetico, ai pantaloncini neroverdi, alla cavigliera elastica, alla giacca della tuta, all'impermeabile verde, all'ago per gonfiare i palloni, alla coppa di Bozzetto, al cartellino del fantasista, alla paletta per i dolci delle "zie", al testicolo di Pippo... Qual'è secondo te la giusta punizione? a) Nessuna, io avrei preteso anche la fascia di capitano; b) Nessuna, non esiste punizione adeguata per un così efferato crimine; c) Nessuna, però teniamo d'occhio la "borsa valori"; d) Nessuna, anzi merita un premio: ha vinto un viaggio a Saragozza (in macchina); e) Lieve, se viene riconosciuta la seminfermità potrebbe cavarsela con il tradizionale giro di spritz; f) Atroce, merita di giocare almeno quattro partite da centrale tra Angelo e Paolo con Sandro Tauro davanti alla difesa!».
A questo punto attendiamo un intervento di colui che è stato vilmente derubato...
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giovedì 4 dicembre 2008

mercoledì 19 novembre 2008

Il fantastico mondo di Quark: il Koala, una specie protetta, nonostante tutto! (di Piero Angela)

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Generalità e morfologia del koala Il koala, nonostante le apparenze, non è un orso, neanche caratterialmente, anche se ha tendenza di tanto in tanto ad isolarsi in un mondo tutto suo, che risulta ancora oggi ignoto agli studiosi. Egli appartiene alla famiglia dei marsupiali, mammiferi forniti di grossi guanti (che facilitano la presa) e di una tasca cutanea ventrale all’interno della quale tengono (oltre ai guanti di ricambio) i piccoli finché il loro sviluppo non è completato. Il koala, detto anche orsetto marsupiale, è originario dell'Australia, ma possiamo oramai affermare con certezza che alcuni esemplari si sono ben ambientati anche nel pordenonese. Un animale adulto può normalmente raggiungere un’ottantina di centimetri e i 15 kg di peso, ma esistono anche rari esemplari brizzolati che misurano fino a 180 centimentri di altezza e che arrivano addirittura (soprattutto quando la stagione agonistica è sospesa...) fino al quintale di peso. Ha forme tozze, testa grossa (nonostante la massa cerebrale ridotta), grandi orecchie pelose, muso corto con grosso naso carnoso, occhi piccoli ma furbi (con i quali è in grado di ipnotizzare gli "avversari"!), arti corti (che lo penalizzano un pò sulle palle alte) e una coda rudimentale che funge da rilevatore della linea di porta. La folta pelliccia è grigiastra sul dorso, ove si scorge una macchia più scura a forma di numero (più precisamente l'"1" o, talvolta, il meno gradito "12"), mentre è più chiara sul petto e sull'esteso ventre. Abitudini ed alimentazione del koala Il koala vive prevalentemente tra i pali ed esce solo saltuariamente dalla porta, quando versa in stato di agitazione oppure quando giunge il momento del cambio di campo. Il suo habitat naturale è proprio lì, dentro quei 715 centimetri. E’ in grado di arrampicarsi, seppure con estrema lentezza, anche sui pali più lisci, aggrappandosi saldamente con gli unghioni aguzzi e le zampe robuste; gli arti hanno 5 dita e, in quelli anteriori, il primo e il secondo dito sono opponibili agli altri tre, consentendogli in tal modo di maneggiare con destrezza il sigaro che, spesso dopo i pasti, è solito assaporare. Di abitudini crepuscolari e notturne, durante il giorno il koala (purtroppo per i compagni) dorme raggomitolato al riparo della traversa. Si nutre primariamente delle foglie più tenere di determinate specie di eucalipto, ma all'occorrenza (leggi: al ristorante!) sa anche offrire delle ottime performances da onnivoro. L'intestino del koala, per la sua alimentazione prevalentemente vegetariana, è molto lungo e ciò spiega le dimensioni esageratamente sviluppate del ventre (soprattutto quando la stagione agonistica è sospesa...). Riproduzione del koala In questo ambito gli studi necessitano di ulteriori approfondimenti, considerato che il koala è tendenzialmente un animale molto riservato, anche se è nota la sua forte attrazione per il cosiddetto "homo moggiensis". Il koala femmina partorisce abitualmente per grazia ricevuta un piccolo alla volta, dopo una gestazione di circa 30 giorni. Alla nascita il piccolo, che pesa poco più di 5 grammi (si rifarà da grande, soprattutto quando la stagione agonistica è sospesa...) ed è lungo appena 2 cm (una misura che curiosamente lo accompagnerà per tutta l'età adulta, con riferimento alle dimensioni dell'organo riproduttivo), si infila subito nel marsupio posto sul ventre della madre, dove rimane per i primi sei mesi di vita. Curiosità Dietro quella apparente mitezza (o torpore, secondo alcuni...), si nasconde in realtà uno spirito altamente competitivo, tanto che l'animale, quando entra nel pieno della stagione agonistica, sa essere aggressivo persino con i compagni. La curiosità che lo distingue da ogni altra specie esistente è quella sua capacità di modulare le corde vocali in modo tale da riprodurre tre sole parole che recita senza sosta come una assillante litania ("Uno De Col... Uno De Col... Uno De Col..."). Proprio per questa sua ossessione verso il numero prediletto, che costituisce una peculiarità assolutamente unica, è conosciuto nell'ambito scientifico con l'appellativo di "koala pierferdinandicus" o, più semplicemente, "ostinatus U.D.C.". Il koala, un tempo diffusissimo, oggi vive esclusivamente nelle foreste di eucalipti del pordenonese e, per quanto ambisca ad essere "titolare", viene rigidamente protetto in "riserva" (soprattutto quando la stagione agonistica è appena ripresa...) per preservarlo da ogni possibile minaccia (talvolta anche di morte!) che possa giungere da un Pollini qualsiasi... Ve lo proponiamo in due brevi ma gustosi filmati che esprimono in modo significativo tutta la sua prorompente simpatia (soprattutto quando la stagione agonistica è appena ripresa...) e nel contempo l'agilità di cui sa (occasionalmente) essere capace...
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lunedì 9 giugno 2008

Storie di calcio e di vita: "Alice" ed "Ellen", separati dalla nascita!

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PORDENONE – Chi vi scrive è un inguaribile romantico del calcio, innamorato della bellezza e della purezza dei sentimenti autentici che nutrono quel cuore che, spesso nascosto sotto una maglietta sudata e, talvolta, un impercettibile strato adiposo, pulsa di passione e dà colore alla vita. Il mondo del calcio, si sa, è affascinante anche per le sue profonde contraddizioni. Spesso la competizione esasperata lo rende cinico e spietato, ma vi sono anche dei momenti nei quali esso si trasforma in un veicolo di aggregazione, regalando degli spaccati di straordinaria umanità. Ecco allora che un banalissimo torneo di calcio (leggi: Montepulciano) può essere l'occasione per scrivere una nuova pagina del "Libro Cuore"... E' la storia di due fratelli gemelli, separati dalla nascita, che si ritrovano proprio grazie a quella travolgente passione per la sfera di cuoio che li accomuna... Divisi dunque da una lunga distanza chilometrica e riuniti dal calcio. Per ragioni di riservatezza li individueremo con due pseudonimi in codice: "Alice" ed "Ellen". "Alice" vive in un ridente paesino dell'entroterra friulano, mentre "Ellen" risiede da sempre nella provincia romana, nel comune di Guidonia Montecelio. Entrambi, come possiamo vedere nelle foto, hanno mantenuto vivo in loro quell'amore per lo sport più diffuso del mondo, che è valso a suggellare il loro ricongiungimento: il Calcio! A testimonianza che il gene non mente, entrambi si caratterizzano per le spiccate attitudini difensive: "Alice" infatti è da sempre il baluardo insormontabile che comanda sapientemente la difesa (detto "Il BeckenDondi"), mentre "Ellen" è addirittura un difensore estremo, fiero guardiano dei pali (conosciuto, anche per la sua agilità, con l'appellativo di "Er quadrumane"). Ora che si sono miracolosamente ritrovati, avranno mille cose da raccontarsi e tanti ricordi da scambiarsi. Forse, chissà, un giorno potremo vederli giocare insieme... Il calcio, di tanto in tanto, sa anche essere poesia vera...
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