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mercoledì 25 gennaio 2012

ANEDDOTI CALCISTICI – “Maestro di calcio” (di Silvano Grigoletti)

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L'anno era il 1966, giocavo nelle giovanili dell'Audace San Michele, squadra del sobborgo di Verona, dove mosse i primi passi Mariolino Corso, mitica ala sinistra dell'Inter di Helenio Herrera, l'unico giorno libero che avevo era il mercoledì e regolarmente andavo a vedere l'allenamento dell'Hellas, mia grande passione che tutt'ora mi coinvolge. Il rituale era sempre lo stesso: fuori da scuola di corsa, pranzo al salto, filobus n°1 fino a Piazza Bra, a piedi fino in Piazza Cittadella dove tra i condomini c'era il vecchio stadio Bentegodi, sempre stesso posto, un pò defilato, vicino alla bandierina del calcio d'angolo, dal lato spogliatoi, in modo da vedere da vicino i giocatori che uscivano. «Ciao bocia», abituato a vedermi lì, mi salutava così Omero Tognon allenatore dell'Hellas, con semplicità senza che i due scudetti vinti con il Milan o le 14 presenze in nazionale facessero da muro tra me e lui. «Come va Mister?» gli chiedevo e lui di rimando «Se lotta» e si avviava verso il campo dove aspettava i suoi giocatori. Li aspettava sempre lui, mai che uno di loro avesse avuto la possibilità di uscire prima, poi via allenamento serrato senza fronzoli o chiacchiere, senza dubbio era un leader, il capo era lui e i suoi giocatori l'avevano capito tanto che si facevano trascinare da balzi ripetute ed esercizi vari. Anche quando riprendeva Bonatti, talentuoso trequartista dell'Hellas, dicendogli che «Il calcio lè na fabrica de illusi dove tutti i vende e nessun compra» e il buon Italo borbottando si rimetteva in riga. Domenica mattina, campionato giovanissimi regionali HELLAS VERONA - AUDACE S.M, gioco contro mio fratello, difensore nell'Hellas, in tribuna Omero Tognon assieme a Eros Beraldo, suo compagno nel Milan e allenatore della prima squadra dell'Audace, emozione incredibile, alla fine mi avvio verso gli spogliatoi e mi dice: «Bocia te ga tanta volontà, ma te ga el cul basso, mai ti sogador de balon!». Nella sua schiettezza mi ha ferito, ho fatto di tutto per dargli torto ma aveva ragione lui, ho dovuto barcamenarmi nel calcio che contava poco o niente fino a smettere per manifesta inferiorità. La vita continua ma ha un filo conduttore, un giorno lo ritrovo a Pordenone, dove lui si era trasferito a fine carriera, e semplicemente come se non fossero passati quindici anni ma dieci minuti, mi guarda incredulo e mi dice: «Cossa te fa quà bocia?». E da li è nato un incontro quasi giornaliero, parlando di calcio seduti sui gradini di casa sua, fatto di aneddoti e consigli che per me acerbo allenatore erano manna dal cielo. Anche mio figlio, tanto era il suo carisma, lo chiamava “il Capo” e quando ogni tanto lo veniva a vedere, lui era il più felice della terra nel sentirsi oggetto di tanta attenzione. Mi coinvolse anche nella sua avventura a Caneva, squadra in seconda categoria in piena zona retrocessione, li ho imparato che tutto deve essere professionale nei dilettanti, non professionistico, raggiungendo una salvezza insperata giocando anche un buon calcio. Con me era particolarmente puntiglioso e questo mi è servito anche nella vita, niente al caso “bocia”, ogni particolare era importante, il bello è che lo avevano capito sia i giocatori che tutti i dirigenti, e fecero carte false per trattenerlo. Il richiamo di insegnar calcio era più forte di tutto e subito accettò la proposta del Fontanafredda di ricostruire un settore giovanile che non dava i risultati sperati. Ben presto la mano del “Capo” diede i suoi frutti, ne sanno qualcosa i vari Locatelli, Rossitto, Lorenzini, ecc. Due erano i giocatori, a parte i professionisti, che lo avevano impressionato al punto di parlar di loro quasi giornalmente: Maurizio Mazzon detto Micio «El pol far el profesionista quando el vol, ma el ga na testa de casso che neanche i porsei la magna!»; Micio non lo ascoltò mai e ne pagò le conseguenze. L'altro era Fabio Rossitto. Il primo giorno che lo allenò capì subito dove poteva arrivare e Fabio fu tanto riconoscente con lui che il giorno del suo funerale, poco prima che lo chiudessero, mise sulle mani di Omero la sua maglia bianconera dell'Udinese. Anche nella sua malattia fu sereno e forte: «Se lotta anca qua bocia, ma non so se ghe la fasso», aveva già capito che era al capolinea.
Da tanto te ne sei andato Capo, ogni volta che vedo un pallone rotolare il mio pensiero va a te.
Grazie ancora.
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9 commenti:

enrico iodice ha detto...

...splendida poesia...

Cornix ha detto...

Grazie Silvano per questo piccolo pezzo di storia di vita. Speriamo solo che Mazzon non legga il blog...

Anonimo ha detto...

Mi sono preso una pausetta dal lavoro e mi sono "perso" in questo splendido pezzo di storia. Eccezionale. Grazie. Vice

A.B.x3 ha detto...

Un Grigoletti che non ti aspetti ... superlativo.

Anonimo ha detto...

Complimenti Mister, quasi meglio che in campo ...
Segnalo, tra l'altro, che l'album Panini 1966/67 è il primo che ho completato ( con la Juve campione d'Italia) e l'Inter superata all'ultima giornata (probabilmente senza calcio-scommesse e, soprattutto, senza la triade!).

Paolo The Kap

Mister ha detto...

Il carissimo Micio,sicuramente l'ha letto,ma deve solo dire mea culpa mea tantissima BIRRA

Anonimo ha detto...

Bravo Silvano.
Il calcio che ciascuno di noi ama ricordare è fatto di Persone,non di risultati, di Persone che insegnano molto più che a giocare a pallone, perchè ti aiutano a capire come si sta al mondo.
Emo

ugè ha detto...

Una lacrima è scesa lungo il cuore

Anonimo ha detto...

Grande Mister!
E questo è il bello del calcio!

Paolo V.